In Lombardia i Carabinieri del NAS entreranno negli ospedali e negli studi dei medici di base per controllare il funzionamento delle liste d’attesa e l’appropriatezza delle prescrizioni. Lo prevede un protocollo d’intesa siglato da Regione Lombardia e Comando dei Carabinieri per la tutela della salute, con l’obiettivo dichiarato di ridurre i tempi di attesa per visite specialistiche, esami diagnostici e ricoveri.

L’intesa prevede controlli costanti e mirati, organizzati in collaborazione con le ATS provinciali. I Carabinieri avranno accesso alle agende di prenotazione degli ospedali, verificheranno l’attività libero-professionale dei medici e monitoreranno l’uso delle ricette e l’appropriatezza delle prescrizioni. Una misura che ha immediatamente sollevato reazioni contrastanti.

Il presidente Attilio Fontana ha parlato di un «impegno disumano» da parte del sistema sanitario regionale per far fronte alla domanda crescente, ma ha anche lasciato intendere che parte delle responsabilità potrebbero essere legate a comportamenti non sempre adeguati. L’intervento nasce infatti dalla necessità di «capire se alla base ci sia una cittadinanza molto malata o per la quale vengono fatte richieste inappropriate o eccessive». Secondo i dati regionali, le visite e gli esami monitorati sono aumentati del 2,5% tra il 2023 e il 2024, ma le prescrizioni sono cresciute del 9%. Anche nel primo trimestre del 2025 l’offerta sanitaria ha registrato un ulteriore +4,4%.

Il provvedimento ha provocato forti reazioni tra medici e operatori del settore. Roberto Carlo Rossi, presidente dell’Ordine dei medici di Milano, ha parlato di una scelta che rischia di «militarizzare la sanità» e di «spostare la colpa e le attenzioni negative dei cittadini sui medici, ovvero su chi ogni giorno tiene in piedi ospedali e ambulatori in condizioni critiche».

Critico anche Vittorio Agnoletto, medico e attivista di Medicina Democratica: «Siamo alla follia e di fronte ad una gigantesca operazione che ci sembra di stampo teatrale, quasi una presa in giro», ha detto. «Non c’è nulla da scoprire, è tutto chiaro e sono anni che noi segnaliamo agende chiuse, Cup che non funzionano e tentativi di dirottare i pazienti nella sanità privata, ma non siamo stati ascoltati».

Invece di affrontare le cause vere della crisi – come il sottofinanziamento, lo smantellamento della sanità pubblica in favore di quella privata, la fuga di personale, la mancata integrazione tra medicina ospedaliera e territoriale, la totale opacità nella gestione delle prenotazioni – la Regione preferisce imboccare la strada del sospetto e del controllo punitivo. Il rischio più grande è infatti quello di trasformare la crisi della sanità pubblica in una caccia al capro espiatorio, che colpisce chi ogni giorno è in prima linea negli ospedali e negli ambulatori.

In un contesto dove la sanità pubblica appare sempre più in affanno e quella privata sempre più favorita, mandare i Carabinieri negli ospedali è una misura demagogica, un’offesa verso medici e personale sanitario, ma soprattutto un atto di resa, una silenziosa ammissione: quella di un sistema politico e organizzativo che fatica a governare e, forse, ha perso la capacità di farlo.