La Nuova Zelanda approva l’uso dell’MDMA contro il disturbo da stress post-traumatico
In Nuova Zelanda due psichiatri hanno ottenuto l’autorizzazione a prescrivere l’MDMA a pazienti adulti con disturbo da stress post-traumatico (PTSD) grave. Il Paese diventa così il secondo al mondo, dopo l’Australia, a consentirne l’uso clinico in questo contesto. L’autorizzazione riguarda il dottor Gary Wynn e il dottor Tom Paterson, che potranno utilizzare MDMA di grado farmaceutico all’interno di un percorso di psicoterapia assistita. La sostanza viene somministrata in un ambiente clinico controllato, sotto supervisione, e non viene consegnata ai pazienti per essere assunta a casa.
L’obiettivo è trattare il PTSD, che può svilupparsi dopo esperienze traumatiche. L’ipotesi è che l’MDMA possa ridurre temporaneamente paura e ansia e facilitare il lavoro terapeutico sul trauma. La scelta neozelandese si basa soprattutto sui risultati di due studi clinici di fase 3. Nel primo, pubblicato nel 2021, l’88% dei partecipanti ha mostrato un miglioramento clinicamente significativo e il 67% non soddisfaceva più i criteri per il PTSD. Nel secondo, pubblicato nel 2023, la percentuale era del 71,2%.
Nel 2024 la FDA statunitense ha respinto la richiesta di approvazione, chiedendo ulteriori dati su sicurezza ed efficacia e sollevando dubbi anche sul possibile bias di aspettativa: chi partecipa agli studi può sapere di aver ricevuto MDMA e questo può influenzare la percezione dei risultati. La Nuova Zelanda ha scelto comunque di procedere, con un modello molto restrittivo.
È un altro passo di un fenomeno più ampio: sostanze a lungo associate all’uso ricreativo vengono sempre più studiate come possibili strumenti per la salute mentale. Dall’MDMA alla psilocibina, la ricerca si concentra soprattutto sui pazienti che non hanno risposto alle terapie tradizionali. Anche in Italia, nello specifico a Chieti, sono in corso studi sulla psilocibina e sulle sue possibili applicazioni in ambito psichiatrico.