Lo smart working ha effetti positivi sulla salute mentale
Uno studio condotto su oltre 16.000 lavoratori australiani indica che il lavoro da remoto può avere effetti positivi sulla salute mentale, con benefici particolarmente evidenti per le donne e, in misura maggiore, per quelle che presentano condizioni psicologiche più fragili. Le conclusioni emergono dall’analisi dei dati ventennali della Household, Income and Labour Dynamics in Australia Survey (HILDA).
Per evitare distorsioni, i ricercatori hanno escluso i primi due anni della pandemia di COVID-19 e hanno isolato l’impatto dello smart working e del pendolarismo da altri eventi personali come traslochi o cambi di impiego. Ne deriva un quadro in cui il tempo trascorso negli spostamenti quotidiani non mostra effetti rilevanti sulla salute mentale femminile, mentre negli uomini già psicologicamente più vulnerabili un incremento del pendolarismo tende a peggiorare, seppur lievemente, il benessere.
La differenza più marcata riguarda però il lavoro da casa. Le donne con livelli più bassi di salute mentale registrano miglioramenti significativi quando operano da remoto per metà o tre quarti del loro tempo lavorativo. Si tratta di un vantaggio che supera di gran lunga quello legato alla semplice riduzione degli spostamenti. Secondo gli autori, a incidere sarebbe la combinazione tra maggiore autonomia, minore esposizione allo stress d’ufficio e una gestione più fluida delle esigenze familiari.
Il divario di genere, sottolineano i ricercatori, non sorprende. La distribuzione ancora diseguale dei carichi domestici limita la mobilità delle lavoratrici e rende più appetibili le modalità flessibili. Incide anche una segregazione occupazionale consolidata: le donne sono sovrarappresentate nei part-time e in settori meno compatibili con il telelavoro, mentre gli uomini occupano più spesso posizioni tecniche full time favorevoli allo smart working. A ciò si aggiunge il peso delle culture organizzative, dove il lavoro flessibile viene talvolta percepito come segnale di minore investimento professionale, con ricadute soprattutto sul personale femminile.
Uno sguardo all’Italia restituisce un contesto diverso, ma in trasformazione. Una ricerca del Politecnico di Milano, realizzata con Doxa, mostra come nel 2025 lo smart working sia ormai una pratica stabilizzata: 3,57 milioni di lavoratori svolgono almeno una parte delle attività da remoto, in lieve aumento sull’anno precedente. La crescita più consistente riguarda il settore pubblico, che raggiunge 555.000 dipendenti in smart working (+11%), pari al 17% del totale. Nelle grandi aziende la quota di chi lavora a distanza supera la metà dei dipendenti (53%), mentre nelle PMI e nelle microimprese il fenomeno arretra, spesso per la presenza di accordi interni informali e meno strutturati.
Il modello prevalente resta quello ibrido, definito da policy che alternano presenza e remoto. Le grandi imprese hanno ormai adottato in modo quasi universale lo smart working (95%), mentre la Pubblica Amministrazione si ferma al 67%. Tra le PMI la diffusione rimane limitata (45%) e caratterizzata da una formalizzazione più debole. Anche l’utilizzo si mantiene stabile: nelle grandi aziende solo il 15% dei dipendenti lavora meno giorni da remoto rispetto a quanto previsto, quota che sale al 28% nella PA. Nelle PMI la situazione appare più eterogenea, con lavoratori che utilizzano più o meno giornate di remoto rispetto agli accordi, quando le deroghe lo consentono.
Per quanto riguarda l’organizzazione delle presenze, i lavoratori si distribuiscono in tre gruppi quasi equivalenti: il 36% sceglie autonomamente i giorni in cui recarsi in ufficio, il 32% segue indicazioni dell’organizzazione e un altro 32% adotta un modello misto basato su una pianificazione condivisa.