A Chieti i funghi allucinogeni potranno essere usati per combattere la depressione
Alla Clinica psichiatrica dell’ospedale di Chieti le forme di depressione “resistente” potranno essere trattate con l’uso di psilocibina, la sostanza psichedelica presente nei funghi allucinogeni. Per la prima volta l’Agenzia italiana del farmaco autorizza la sperimentazione di una terapia psichedelica per contrastare i disturbi depressivi.
Lo studio, finanziato con fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e coordinato dall’Istituto superiore di sanità, avrà una durata di 24 mesi e prevede l’arruolamento di 68 pazienti con depressione resistente che saranno trattati con psilocibina. «Siamo di fronte a un cambio di paradigma sia scientifico sia culturale – sottolinea Giovanni Martinotti, professore ordinario di Psichiatria all’Università di Chieti e direttore della clinica che sperimenterà la terapia – che ci permette di saperne di più sul potenziale antidepressivo della psilocibina e sulle sue modalità di azione. È una grande occasione per la ricerca italiana e per migliorare le cure per la salute mentale. Queste conoscenze potranno rendere l’impiego delle nuove molecole ancora più sicuro, accettabile e accessibile per l’applicazione in ambito clinico».
L’interesse verso gli psichedelici in ambito medico è cresciuto negli ultimi anni, supportato da una crescente mole di studi scientifici che ne evidenziano il potenziale in ambiti come la cura del disturbo post-traumatico da stress (PTSD), l’ansia grave e, appunto, le forme di depressione resistenti agli psicofarmaci tradizionali. La psilocibina agisce alterando la percezione della realtà e, in contesti controllati, può facilitare processi terapeutici profondi. Nuova Zelanda, Svizzera, Canada e alcuni Stati americani hanno già avviato delle sperimentazioni in questo campo, seppur con alcune limitazioni.
«Per la prima volta potremo valutare l’efficacia della psilocibina in un contesto rigorosamente controllato e clinicamente supervisionato – evidenzia Francesca Zoratto, principal investigator del progetto – ma anche esplorarne forme innovative come quella non psichedelica, che possa eliminare gli effetti allucinogeni mantenendo il potenziale terapeutico».