«Vergognosa». È così che, in un breve video pubblicato sui social, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito la decisione della gip di Milano Tiziana Landoni di non convalidare il fermo di Youssef Siher, il 30enne accusato di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Ma se c’è qualcosa che dovrebbe preoccuparci, è proprio la reazione della premier. L’attacco frontale a una giudice che ha valutato gli elementi portati dalla Procura.

Meloni parla di «mortificazione insopportabile» del lavoro delle forze dell’ordine e degli inquirenti. Poi affonda: «Davvero non so come possa uno Stato normale difendere le persone perbene di fronte a queste decisioni di certa magistratura». Parole che insinuano che una decisione giudiziaria non gradita al governo metta in discussione la capacità dello Stato di proteggere i cittadini.

La gip ha respinto la richiesta di convalida del fermo e di custodia cautelare, ritenendo che non ci fossero gravi indizi per le contestazioni. L’inchiesta resta aperta, ma il provvedimento conferma i dubbi sulla tenuta dell’impianto accusatorio che avevamo sollevato su VD News qualche giorno fa, in un’intervista all’avvocato dei movimenti Francesco Romeo. Il canale Telegram “Movimento 17 ottobre” è stato aperto dopo le devastazioni del 17 e 18 ottobre: attribuire a Siher la responsabilità penale delle violenze richiede quindi elementi concreti che dimostrino il nesso tra i messaggi pubblicati e i reati contestati, non una semplice associazione tra la sua attività online e quanto accaduto in piazza.

C’è poi un altro elemento: tra le contestazioni figura il reato di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, introdotto dal decreto sicurezza ed entrato in vigore il giorno prima del fermo. Un aspetto che solleva interrogativi sulla sua applicazione al caso, insieme alla necessità di dimostrare le condotte specifiche attribuite all’attivista. Il governo non può pretendere che i giudici confermino la sua linea politica. È proprio l’autonomia tra i poteri dello Stato a proteggere i cittadini, anche quando una decisione scontenta chi governa.