Ceuta non è più in crisi. Ma alla destra serve ancora
La situazione a Ceuta è sostanzialmente rientrata. Dopo l’ingresso di decine di migliaia di persone nell’exclave spagnola, la frontiera con il Marocco sta tornando alla normalità e quasi tutti i migranti hanno già lasciato la città, volontariamente o dopo essere stati respinti dalle autorità.
La “crisi”, dunque, non c’è più. Ma alla destra europea non interessa. Le immagini di Ceuta hanno già assolto la loro funzione: alimentare la paura, gridare all’invasione e trasformare una tragedia umanitaria in un’arma contro Pedro Sánchez, alla guida di uno dei pochi governi progressisti rimasti in Europa.
Il leader di Vox Santiago Abascal continua a parlare di migliaia di persone in arrivo, nonostante le notizie e le immagini raccontino il contrario. Ha chiesto di militarizzare la frontiera e chiuderla permanentemente, sostenendo persino che il capo del governo «dovrebbe finire sul banco degli imputati e andare in carcere».
A guidare l’offensiva contro Sánchez è stata anche Giorgia Meloni. Insieme alla premier danese Mette Frederiksen, ha radunato altri venti governi europei attorno a una lettera che reclama una risposta immediata contro gli ingressi irregolari. L’obiettivo è esternalizzare ulteriormente la gestione dei flussi e creare hub per i rimpatri in Paesi terzi, soprattutto africani, come Tunisia, Libia, Egitto, Mauritania, Senegal e Ghana.
Meloni ha così preso una crisi durata poche ore, che non ha mai rappresentato un problema per l’Italia, e l’ha trasformata nel pretesto per estendere il modello Albania. Quello stesso modello che la premier aveva assicurato avrebbe funzionato, urlandolo dal palco di Atreju, e che finora si è dimostrato costoso, inefficace e continuamente bloccato dai tribunali.
A Ceuta la crisi è ormai rientrata: quasi tutte le persone arrivate sono state respinte e la frontiera con il Marocco sta tornando alla normalità. Sul numero dei morti, invece, resta ancora da fare chiarezza e chiarire le responsabilità. Per le destre europee, però, conta soprattutto tenere in vita l’immagine dell’invasione: abbastanza da giustificare nuovi muri, nuovi centri di detenzione e altra propaganda.