Prima di tutto una precisazione. Nelle ultime ore si è letto e visto di tutto su Ceuta: video decontestualizzati, ricostruzioni fantasiose, paragoni senza senso con Lampedusa o con gli sbarchi sulle coste italiane.  Per capire quello che sta succedendo in questa città di 85 mila abitanti bisogna partire da un dettaglio che, finora, è quasi sempre rimasto fuori dal racconto.

 

Ceuta è territorio spagnolo e quindi dell’Unione europea, ma si trova in Africa, sulla costa del Marocco. È un’enclave, un’eredità della storia coloniale europea. Per questo dire che migliaia di persone sono “arrivate in Spagna” è corretto, ma racconta solo una parte della storia. Non hanno attraversato il Mediterraneo per centinaia di chilometri: hanno superato il confine che separa il Marocco da un territorio europeo rimasto sulla costa africana.

 

Questo non rende meno drammatica la situazione. Fra ieri e oggi, migliaia di persone hanno raggiunto Ceuta, almeno diciotto sono morte nel tentativo e il sistema di accoglienza è entrato in difficoltà. Proprio per questo, la vicenda meriterebbe di essere raccontata con precisione, non trasformata nell’ennesima occasione di propaganda.

 

In Italia, invece, è successo esattamente il contrario. Nel giro di poche ore Ceuta è diventata il principale argomento della comunicazione della destra. Fratelli d’Italia ha sostenuto che, con un governo di sinistra, anche l’Italia vivrebbe le stesse scene. In un post, Vannacci ha definito Ceuta «un monito per gli italiani» e la dimostrazione della necessità della remigrazione. 

 

La Lega, nel frattempo, ha riempito i propri canali di video da Ceuta, attacchi alla Spagna e post sul «modello Salvini» (quale? dove?) contrapposto al «modello Sanchez» (ben 6 post su 6 pubblicati nelle ultime ore sul tema!)

 

Lo stesso schema è stato rilanciato da giornali, pagine e influencer vicini alla destra. C’è chi ha definito Pedro Sánchez un «criminale», chi ha sostenuto che «gli spagnoli danno ragione a Giorgia Meloni» perché “sul web” molti utenti criticherebbero il governo. A sostegno di queste tesi, però, non viene portato alcun dato.

 

La realtà è più complessa della narrazione prodotta sui social. La Spagna di Sánchez è tutt’altro che un paradiso: ha una grave crisi abitativa, tensioni politiche, scandali che hanno colpito il PSOE e una forte pressione migratoria. Allo stesso tempo, però, negli ultimi anni è cresciuta economicamente più dell’Italia, ha aumentato l’occupazione e ha scelto un approccio diverso anche sull’immigrazione.

 

Anche sul piano politico il quadro è meno netto di quanto venga raccontato. Nonostante gli scandali, secondo il barometro di luglio 2026 del CIS, l’istituto pubblico di ricerca spagnolo, il PSOE resta il primo partito del Paese con il 33% delle intenzioni di voto, davanti al Partito Popolare fermo al 25,1%. Numeri che non certificano il successo del governo, ma smentiscono l’idea di un Paese travolto dal “fallimento del modello Sánchez”.

 

Forse, allora, invece di usare ogni crisi per alimentare l’ennesima campagna contro le persone migranti, varrebbe la pena interrogarsi su ciò che non funziona davvero. La risposta più lucida l’ha data Oscar Camps. Secondo il fondatore di Open Arms, «il problema non nasce a Ceuta né a Lampedusa. Nasce a Bruxelles». Per anni l’Unione europea ha esternalizzato il controllo delle frontiere, delegando a Paesi terzi il compito di fermare le persone prima che arrivassero in Europa. Così le persone migranti sono diventate una moneta di scambio geopolitica.

 

Ceuta non dimostra il fallimento della Spagna. Dimostra, semmai, il fallimento di un modello europeo che continua a inseguire l’emergenza invece di affrontarne le cause.