Dopo la condanna definitiva di Mario Roggero, Claudio Borghi ha presentato un disegno di legge per rendere non punibile «qualsiasi reazione» a un’aggressione armata, anche quando il pericolo è finito e la condotta non è più difensiva. 

Si tratta di una proposta che smonta la riforma voluta dalla stessa Lega nel 2019 e che rischierebbe di trasformare la legittima difesa in una licenza per farsi giustizia da soli. La differenza tra legittima difesa e vendetta è semplice: la prima serve a fermare un pericolo, la seconda arriva quando quel pericolo è già cessato. La proposta della Lega rischia di cancellare o di rendere comunque, molto più opaca, questa distinzione.

Nel diritto penale, la legittima difesa è una «causa di giustificazione»: un comportamento normalmente considerato un reato, come ferire o uccidere una persona, non è punibile quando è necessario per proteggere sé stessi o qualcun altro da un’aggressione ingiusta. A disciplinarla è l’articolo 52 del Codice penale, secondo cui «non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa».

Per le aggressioni in casa o in un’attività commerciale esiste già una tutela rafforzata. La riforma approvata nel 2019 durante il governo Conte I, fortemente voluta da Matteo Salvini e dalla Lega, ha stabilito che agisce «sempre» in stato di legittima difesa chi respinge un’intrusione compiuta con violenza o con la minaccia di usare armi.

Nemmeno quella riforma, però, ha eliminato l’attualità del pericolo: la legge tutela chi reagisce per salvarsi, non chi punisce l’aggressore a minaccia finita. La proposta di Claudio Borghi renderebbe, invece, non punibile «qualsiasi reazione» compiuta nell’immediatezza di un’aggressione armata, anche «indipendentemente dalla persistenza del pericolo» e dalla «natura strettamente difensiva della condotta».

La reazione potrebbe quindi essere considerata lecita anche quando la minaccia è cessata e non serve più a proteggere nessuno. In quel momento, però, la legittima difesa si trasforma in nient’altro che nel diritto alla vendetta. Non a caso, le opposizioni hanno parlato apertamente proprio di “diritto alla vendetta”. Giuseppe Conte ha accusato la Lega di voler sostituire la legittima difesa con il Far West. Angelo Bonelli ha denunciato il rischio di legittimare la giustizia fai da te. Ancora, Riccardo Magi ha definito la proposta una «licenza di uccidere».

Le critiche sono arrivate anche dalla maggioranza. Enrico Costa, capogruppo di Forza Italia alla Camera, ha invitato a non scrivere leggi «sull’onda emotiva dei fatti di cronaca». Il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto ha ricordato che «la normativa è stata già aggiornata negli anni scorsi e conserva due principi che non possono essere sacrificati: l'attualità del pericolo e la proporzione tra offesa e reazione». Questi, ha detto Sisto, «sono i cardini che distinguono la legittima difesa da una liberatoria indiscriminata e incontrollabile». 

Lo Stato deve proteggere chi subisce una rapina e tenere conto della paura e della concitazione di chi viene aggredito. La legge in questo senso è molto chiara e già lo fa. Una vittima, però, non può diventare giudice ed esecutore della pena. Il confine sta tutto qui: quando il pericolo finisce, finisce anche la difesa. Oltre quel punto c’è nient’altro che la legge del taglione e il desiderio di vendetta.