L’uomo che denunciava la crisi del carcere passa con chi vuol far “penare” i detenuti
Per mesi, l'ex sindaco di Roma Gianni Alemanno ha scritto pagine durissime sulla realtà delle prigioni italiane. Dal carcere, dove ha scontato quasi 18 mesi di detenzione a seguito della condanna per traffico d'influenze per abuso d'ufficio, ha raccontato il sovraffollamento, il caldo insopportabile, la carenza di personale, il degrado delle celle.
Ha descritto un sistema che, come le associazioni denunciano da anni, calpesta la dignità umana: persone che vivono una addosso all'altra, in "forni umani" che, piano dopo piano, raggiungono temperature sempre più elevate.
«Quando si arriva in cima ci sono quasi dieci gradi in più», scriveva in una delle lettere pubblicate sui social. E, se va bene, «ci sono i ventilatori, quelli antichi da tavolo, non più di due a cella». In una delle lettere più forti racconta di aver visto «un uomo con il cappio al collo che penzolava sanguinante dalle sbarre», salvato solo dall'intervento degli altri detenuti. In un'altra scrive: «Qui si muore di caldo, ma la politica dorme con l'aria condizionata».
Proprio perché pronunciate da chi ha vissuto sulla propria pelle la crisi del sistema penitenziario, le lettere di Alemanno sono diventate una denuncia contro l'intero modello carcerario e un appello al governo affinché affrontasse un'emergenza non più rinviabile.
Una volta tornato libero, però, Alemanno ha scelto di sedersi a cena con Roberto Vannacci, valutando un'alleanza con Futuro Nazionale, un progetto politico che fa della "remigrazione" uno dei suoi slogan identitari e che sul carcere ha sempre sostenuto una linea di assoluto rigore.
Come ha raccontato Vannacci a Il Foglio, nonostante Alemanno sia iscritto all'associazione radicale Nessuno tocchi Caino, «tra Abele e Caino sarò sempre dalla parte di Abele». E aggiunge: «Il carcere è rieducativo, ma è anche il luogo dove si scontano le pene. E le pene devono far penare, oltreché pensare».
Eppure è lo stesso Alemanno ad aver raccontato come il carcere gli abbia cambiato prospettiva. «Qua ho conosciuto una realtà terribile che è una vergogna per la nostra Repubblica», ha detto dopo la scarcerazione. Ha ricordato il caso di un senzatetto rimasto sei mesi in custodia cautelare perché accusato di aver rubato 16 euro da un parchimetro e ha sostenuto che «la sicurezza non è tolleranza zero e repressione dei diritti».
Le sue denunce trovano riscontro nei dati diffusi dall'Associazione Antigone. Al 30 aprile 2026 nelle carceri italiane erano recluse 64.436 persone a fronte di 46.318 posti realmente disponibili: un tasso reale di sovraffollamento del 139,1%. Sono 73 gli istituti con un affollamento superiore al 150% e otto superano addirittura il 200%. Nel 2025 si sono registrati 254 decessi in carcere, di cui almeno 82 suicidi; nei primi mesi del 2026 le persone detenute che si sono tolte la vita erano già 24. Secondo Antigone, il sovraffollamento è alimentato anche dall'espansione del diritto penale negli ultimi anni, con decine di nuovi reati, aggravanti e aumenti di pena.
Davanti a questi numeri, ma soprattutto davanti all'esperienza di chi il carcere lo ha vissuto sulla propria pelle, resta una domanda difficile da ignorare: come si concilia il racconto di celle sovraffollate, tentativi di suicidio e condizioni definite «inumane» con un'alleanza politica con chi continua a rivendicare un modello fondato sull'inasprimento delle pene e sulla centralità della funzione punitiva del carcere? Una domanda alla quale, per il momento, né Alemanno né Vannacci sembrano voler rispondere.