Nella conferenza stampa del 30 aprile, Giorgia Meloni ha mostrato irritazione per le domande sul caso Minetti, rivendicando quello che Palazzo Chigi presenta come provvedimento simbolo della legislatura: il nuovo Piano casa. Si tratta di un’operazione che consentirà agli italiani di avere «100mila case tra case popolari e prezzi calmierati in dieci anni». Al di là degli annunci, però, la sostanza del piano è ancora largamente da definire: risorse nuove limitate, tempi lunghi e un impianto che punta soprattutto ad attrarre capitali privati.

Il governo l’ha presentato come un piano capace di affrontare l’emergenza abitativa: 100mila alloggi in dieci anni, 10 miliardi di investimenti e una risposta strutturale al caro affitti e alla crisi dell’accesso alla casa. Basta leggere il decreto, però, per capire che per ora siamo molto lontani da tutto questo. Innanzitutto, il piano casa nasce come un’operazione di “edilizia sociale sostenibile” che punta ad aumentare l’offerta di alloggi a prezzi calmierati per giovani, studenti, lavoratori fuori sede, giovani coppie e genitori separati. 

Una platea diversa da quella tradizionalmente legata all’emergenza abitativa più grave: famiglie in graduatoria per le case popolari, nuclei sfrattati, persone in povertà assoluta. Anche guardando ai numeri, la distanza tra propaganda e realtà è significativa. Il governo rivendica 100 mila alloggi, ma la parte consistente del piano (circa 60mila alloggi) riguarda il recupero di immobili pubblici già esistenti e oggi inutilizzabili per mancanza di manutenzione da parte dello Stato. Non nuove case, dunque, ma patrimonio da rimettere in circolo.

I 10 miliardi annunciati non sono risorse stanziate ad hoc, ma un obiettivo costruito sommando fondi molto diversi tra loro. Ci sono 970 milioni già previsti dalle ultime leggi di bilancio, circa 700 milioni attesi dal Fondo sociale per il clima e 4,8 miliardi già disponibili per progetti di rigenerazione urbana.

A queste cifre si aggiungono altri fondi europei ancora da attivare e possibili investimenti privati. In sintesi: il Piano casa parte con una somma di risorse in gran parte già esistenti e soprattutto ancora incerte. Il cuore vero del provvedimento, comunque, sembra stare soprattutto nel partenariato pubblico-privato. È qui che il governo si gioca la partita principale. 

Il decreto apre infatti a programmi di edilizia integrata e sociale fondati sull’attrazione di investitori, fondi immobiliari e operatori privati interessati a sviluppare housing con quote di affitto calmierato in cambio di procedure più rapide e maggiore semplificazione. Meloni ha spiegato che a fronte di corsie semplificate i costruttori dovranno «garantire su 100 alloggi costruiti che almeno 70 siano di edilizia convenzionata. Riteniamo che il prezzo di vendita o di affitto sia scontato di almeno il 33% rispetto al costo di mercato». 

Proprio sull’importanza dei privati, secondo diverse ricostruzioni nel progetto potrebbe avere un ruolo anche Mario Abbadessa, manager di lungo corso del real estate ed ex vertice di Hines Italia, figura molto conosciuta nel mondo degli investimenti immobiliari internazionali e dei grandi fondi. 

Un nome che rafforza la lettura di un piano orientato a costruire un ponte tra Palazzo Chigi e grandi operatori del mattone. Più che un intervento finanziato direttamente dallo Stato, il Piano casa appare sempre più come una cornice normativa utile per rivendicare un intervento simbolico e rendere più “digeribile” l’investimento immobiliare nel social housing. Insomma, al governo hanno una scommessa da provare a vincere: convincere mercato e finanza immobiliare a investire dove lo Stato non riesce a mettere risorse sufficienti.