Negli ultimi giorni ha fatto discutere l’introduzione, nel decreto sicurezza, di un incentivo economico - una sorta di “premio” - di 615 euro destinato agli avvocati che riescono a portare i propri assistiti migranti verso il rimpatrio. Non è difficile capire perché la reazione sia stata subito molto violenta e trasversale. Le opposizioni hanno parlato di una misura indegna di un ordinamento democratico, evocando una deriva illiberale. 

Il punto di rottura vero, però, si è aperto dentro il mondo del diritto: magistrati, associazioni forensi e organismi dell’avvocatura hanno segnalato il rischio concreto di incostituzionalità e una lesione evidente del diritto di difesa.  A rendere il quadro ancora più grave è intervenuta la posizione del Consiglio nazionale forense, chiamato in causa nella norma per l’erogazione dei compensi, che ha dichiarato di “non essere mai stato informato” e ha chiesto al Parlamento di eliminare ogni coinvolgimento. 

A quel punto è intervenuto direttamente Sergio Mattarella, facendo capire che la norma, così com’è, non regge e che se il testo arrivasse al Colle senza modifiche sarebbe costretto (per la prima volta) a non firmarlo. Da lì si è aperta una giornata convulsa, tra tentativi di correzione e ripensamenti: modificare l’incentivo, sganciarlo dall’esito, allargare i soggetti coinvolti. Tutto fermato però dalla mancanza di coperture finanziarie.  L’esecutivo avrebbe quindi scelto una strada politicamente più che istituzionalmente lineare: approvare il decreto senza modifiche, per non mostrare debolezza dopo la sconfitta referendaria, e rinviare le correzioni a un successivo decreto “stralcio”. Una forzatura che rischia di aprire un nuovo fronte con il Quirinale, ma che serve a evitare un arretramento pubblico.

Al di là dei tatticismi, resta la questione di fondo. Prevedere un incentivo economico per l’avvocato che indirizza il proprio assistito verso il rimpatrio significa incrinare il rapporto fiduciario su cui si regge la funzione difensiva. Il difensore dovrebbe agire esclusivamente nell’interesse del cliente. Introdurre una leva economica legata a un esito preciso altera inevitabilmente questo equilibrio, minando la fiducia e indebolendo l’intero sistema. C’è poi il piano umano. Le persone migranti, già in condizioni di vulnerabilità, vengono di fatto esposte a una pressione indiretta, che non può essere considerata neutra. È una forma di aggressività istituzionale inquietante, silenziosa ma proprio per questo più difficile da contrastare.

Il tutto si inserisce in un contesto politico evidente: un governo in difficoltà, tra calo di consenso, tensioni internazionali e un rapporto sempre più stretto con Donald Trump, che prova a ricompattarsi rilanciando sull’immigrazione e spostando ancora più a destra il proprio asse. Una dinamica che richiama quanto visto poche settimane fa con la proposta di “remigrazione” promossa dal movimento Remigrazione e riconquista, che prevedeva incentivi economici per spingere i migranti a lasciare il Paese rinunciando ai propri diritti. Allora si pagava direttamente chi doveva andarsene. Oggi si paga chi dovrebbe difenderlo. La differenza è formale. La logica, purtroppo, inquietante e pericolosa, è la stessa.