Nonostante un’affluenza più bassa rispetto al Centro-Nord, dovuta anche allo spopolamento e all’elevata presenza di fuorisede, il Sud ha espresso un voto netto e compatto contro la riforma della giustizia. Il referendum, presentato come tecnico, si è trasformato nei fatti in un passaggio politico: una bocciatura della riforma voluta dal governo e, insieme, un segnale di sfiducia verso un esecutivo percepito come distante dai bisogni del Mezzogiorno.

Se il dato nazionale racconta di una vittoria chiara, è nel Sud che il divario tra “No” e “Sì” si fa ancora più marcato. Nelle tre regioni governate dal centrodestra il rifiuto della riforma è stato netto: in Sicilia il “No” ha raggiunto il 60,98%, in Basilicata il 60,03%, in Calabria il 57,23%.  Ancora più significativa la Campania, unica grande regione meridionale guidata dal centrosinistra, dove quasi due elettori su tre (65,23%) hanno bocciato la riforma.

Il dato si rafforza ulteriormente osservando le grandi città. A Napoli il “No” ha toccato il 75,49%, un vero e proprio record; a Palermo ha sfiorato il 69%, a Bari si è attestato intorno al 62%. Percentuali che smentiscono la narrazione di un’opposizione limitata ai centri storici o ai cosiddetti quartieri “Ztl”. Anche nelle aree considerate più difficili, spesso al centro delle politiche securitarie del governo, la risposta è stata inequivocabile. Nella “risanata” Caivano il “No” ha raggiunto il 70%, mentre a Scampia ha sfiorato l’84%. A Roma, nel V Municipio il “Sì” si è fermato al 36%. Segnali analoghi arrivano anche da altre realtà urbane: a Rozzano, nell’area metropolitana di Milano, il “No” ha superato il 52%, mentre a Foggia è andato oltre il 60%.

Il quadro che emerge per l’esecutivo sarà difficilmente equivocabile. Chi ha pensato che il Sud potesse farsi imbambolare da un governo che vorrebbe curare la marginalità con la repressione e che è arrivato persino a definirlo la “locomotiva d’Italia”, deve ricredersi.  Quel voto è anche, e forse soprattutto, un voto di protesta contro un esecutivo che il Sud lo racconta, lo usa, ma troppo spesso lo attraversa solo per fare propaganda. A livello nazionale, il “No” ha prevalso con il 53,7% dei voti contro il 46,3% del “Sì”, con oltre sette punti di scarto e circa due milioni di voti in più. Un risultato tutt’altro che scontato, che smentisce le previsioni di un testa a testa e segna la prima vera sconfitta politica per la maggioranza.

Al referendum di ieri il Sud ha espresso un rifiuto netto e compatto che è stato non solo un voto contro la modifica della Costituzione, ma anche una bocciatura politica di un governo percepito come assente rispetto ai bisogni del Mezzogiorno. Guardando ai dati regionali, il segnale è chiaro: fatta eccezione per la Campania, guidata dal centrosinistra, nelle tre regioni amministrate dal centrodestra (Sicilia, Basilicata e Calabria) il distacco è stato netto. 

Il quadro si rafforza ulteriormente guardando alle grandi città. A Napoli tre elettori su quattro hanno votato “No” (75%), a Palermo la percentuale sfiora il 69%, mentre a Bari si attesta intorno al 62%. Numeri che restituiscono un orientamento diffuso e tutt’altro che circoscritto.

Se, come molti sostengono, l’opposizione al governo Meloni si sarebbe concentrata nelle grandi città e nei cosiddetti quartieri “Ztl”, i dati raccontano una realtà diversa. Anche nelle periferie, quelle che l’esecutivo diceva di voler difendere da «immigrati illegali e (…) spacciatori rimessi in libertà», la bocciatura è stata netta e senza appello.