La frattura generazionale di questo referendum sta tutta in pochi secondi di video diventati virali su TikTok, in quel “io però voto no al referendum” pronunciato da un ragazzo di 18 anni mentre scatta un selfie con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a poche ore dal voto.

Secondo il Consorzio Opinio Italia, tra i 18 e i 34 anni il “No” ha raggiunto il 61,1%, contro il 38,9% del “Sì”. Una forbice netta, che si riduce tra i 35 e i 54 anni (53,3% contro 46,7%) e si ribalta tra gli over 55, dove il “Sì” prevale di misura. È una delle chiavi decisive della vittoria del No e una risposta forte a chi continua a raccontare i giovani come apatici e disinteressati alla politica. Le nuove generazioni hanno votato in massa, spostando l’equilibrio finale. 

Non era scontato, perché proprio su di loro si giocava una partita cruciale, resa ancora più complicata dal fatto che quasi 5 milioni di fuorisede, in gran parte giovani, non potevano votare se non tornando nel comune di residenza.  Per permettere alla Gen Z di votare, i partiti di centrosinistra hanno offerto la possibilità di essere nominati rappresentanti di lista, così da poter esprimere la propria preferenza nella città in cui vivono. 

Uno stratagemma legale, nato in assenza di una legge e contro la decisione del governo, che ha derubricato questa opportunità parlando di “mancanza di tempo tecnico” per organizzare il voto fuori sede. Nelle scorse settimane, questa mobilitazione è stata visibile anche sui social, da Instagram a TikTok, con centinaia di contenuti che hanno raccontato il referendum con un linguaggio nuovo, lontano dai codici tradizionali della politica, e soprattutto le difficoltà concrete dei giovani fuorisede.

Tra queste voci c’è anche quella raccolta da VD: Veronica, 23 anni, studentessa fuorisede, che ha protestato davanti al Ministero della Giustizia e scritto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Per votare avrebbe dovuto spendere oltre 140 euro, “una cifra – ha raccontato – che equivale alla spesa di due settimane, quattro turni in più di lavoro o una bolletta da pagare”. 

Questo referendum lascia in eredità un punto chiaro: per anni si è raccontata una generazione distante o disinteressata alla politica. Invece, il loro voto è stato fondamentale per difendere la Costituzione e per dare una forte spallata al governo.  E se davvero, come molti sostengono, il voto dei fuorisede è stato limitato per timore del loro impatto (perché i giovani fuori sede sono mediamente più progressisti) allora per questa volta il tentativo è fallito.

Secondo i dati del Consorzio Opinio Italia, i più giovani hanno votato in massa per il No al referendum. Tra i 18 e i 34 anni, il rifiuto ha raggiunto il 61,1%, contro il 38,9% del Sì. La forbice si riduce tra i 35 e i 54 anni (53,3% contro 46,7%) e si ribalta tra gli over 55, dove prevale il Sì.

Nelle ore successive alla vittoria, il segretario della CGIL Maurizio Landini ha sottolineato l’importanza del voto delle nuove generazioni: “La maggioranza dei giovani è andata a votare e ha scelto di difendere la Costituzione. In un paese che invecchia, bisogna tornare ad ascoltare i giovani”.

Il dato del Consorzio Opinio Italia assume un peso ancora maggiore se si considerano le difficoltà incontrate dai giovani fuorisede per poter votare. Per superare questo ostacolo, i partiti di centrosinistra hanno offerto la possibilità di essere nominati rappresentanti di lista, così da poter esprimere il voto nella città in cui vivono temporaneamente. Una mossa legale, che ha coinvolto oltre 15.000 persone, nata in assenza di una legge e contro la decisione del governo, che aveva derubricato l’opportunità parlando di “mancanza di tempo tecnico”.

Come ha spiegato a Open Livio Gigliuto, presidente dell’Istituto Piepoli, «il mondo del centrosinistra ha individuato nei giovani uno dei possibili target da coinvolgere e non a caso Elly Schlein ha citato i fuorisede nel suo discorso». Tuttavia, avverte Gigliuto, «se è riuscito a mobilitarli su un tema ampio come un referendum costituzionale, in particolare sulla magistratura, non è detto che lo stesso successo si possa replicare alle elezioni politiche, dove le dinamiche di partecipazione sono completamente diverse».

Questo referendum lascia un messaggio chiaro: per anni si è raccontata una generazione distante o disinteressata alla politica. In realtà, il loro voto è stato decisivo per difendere la Costituzione e dare una forte spallata al governo. Se la sinistra saprà ascoltarli e affrontare concretamente le difficoltà delle nuove generazioni, dai contratti precari alla difficoltà di avere una casa, uno stipendio dignitoso e un futuro stabile nel Paese, si potrà forse trasformare questa energia in un punto di partenza. Altrimenti, resterà soltanto l’ennesima occasione mancata, l’ennesimo tentativo fallito di costruire un’alternativa.