Negli ultimi giorni la campagna sul referendum ha cambiato passo. Non solo nei toni, sempre più accesi, ma anche nelle modalità. L’ultima mossa della premier Meloni è la partecipazione a Pulp Podcast, il format di Fedez e Marra. Si tratta di una strategia che punta a non lasciare scoperto nessun terreno, dalla televisione generalista ai social, fino ai canali più seguiti dalle nuove generazioni.

La discesa in campo della premier ha segnato un punto di svolta. Prima il video sui social per spiegare le ragioni del sì, poi una sequenza serrata di presenze televisive, il comizio al Teatro Parenti accompagnato da Per sempre sì di Sal Da Vinci e ora il passaggio nel podcast. Il messaggio è semplice: parlare a tutti, ovunque, usando ogni linguaggio possibile.

Questa accelerazione, però, non nasce nel vuoto. Arriva anche dopo una serie di uscite difficili da gestire da parte della maggioranza: il ministro Carlo Nordio che parla di sistema “para-mafioso” nel CSM, Giusi Bartolozzi che definisce i magistrati “plotoni di esecuzione”, il deputato Aldo Mattia che invita a usare “il solito sistema clientelare” per raccogliere voti.

Il referendum è così diventato un terreno di scontro emotivo. La stessa Meloni ha sostenuto che una vittoria del “no” porterebbe a «immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà», arrivando a evocare scenari come quello dei «figli strappati alle madri» nel caso della cosiddetta famiglia del bosco. Parole gravi, che non hanno un legame reale con la riforma e che spostano il dibattito dal merito alla pancia.

Nel frattempo, la campagna per il sì si muove da mesi su più livelli, soprattutto online. Pagine come Welcome to Favelas pubblicano contenuti quotidiani a sostegno del referendum, spesso in collaborazione con il comitato ufficiale. Attorno ruota un ecosistema più ampio: Esperia, giovani content creator come Cittadino Zero e Gino Zavalani, collaborazioni con giornalisti e fondazioni, fino a quelle del Comitato Sì Riforma con le pagine social di Quarta Repubblica o dello stesso Pulp, nel caso dell’intervista fatta a Di Pietro.

In questo quadro, la presenza al podcast di Fedez e Mr Marra appare perfettamente coerente. Non si tratta di un’eccezione, ma dell’ultimo tassello di una strategia precisa: andare a cercare consenso dove oggi si forma l’opinione pubblica, soprattutto tra chi si informa fuori dai media tradizionali. Resta però un punto politico evidente: si prova a parlare ai giovani con linguaggi nuovi, ma a quegli stessi giovani non è stata garantita la possibilità di votare da fuori sede.

Ieri Pulp Podcast ha annunciato l’uscita, prevista per giovedì, di un’intervista a Giorgia Meloni. Una notizia che ha subito acceso il dibattito, anche perché coinvolge direttamente la premier su un tema centrale come il referendum. Fedez e Mr Marra hanno spiegato di aver rivolto lo stesso invito anche a Giuseppe Conte ed Elly Schlein: il primo non ha mai risposto, la seconda ha declinato tramite ufficio stampa per impegni legati alla campagna referendaria. Meloni, invece, ha accettato, scegliendo uno spazio molto seguito da un pubblico giovane, con l’obiettivo evidente di intercettare consenso e recuperare terreno in una fase in cui i sondaggi danno il sì leggermente indietro.

La mossa racconta due aspetti in modo chiaro. Da un lato, le difficoltà del fronte del sì nelle ultime settimane, tra uscite controverse e inciampi comunicativi di diversi esponenti della maggioranza, da Nordio a Bartolozzi. Dall’altro, la capacità di sfruttare un canale non tradizionale, parlando direttamente a un pubblico che spesso sfugge ai circuiti politici classici, anche se una parte di quel pubblico, quello dei fuorisede, resta escluso dal voto.

C’è poi un ulteriore elemento, più politico: il vuoto lasciato dalle opposizioni. Lo spazio che Conte e Schlein hanno scelto, per ragioni diverse, di non occupare è stato riempito da Meloni, con il risultato di trovarsi a essere l’unica voce dentro un contesto comunicativo nuovo, davanti a un pubblico diverso da quello abituale.

L’intervista di Meloni a Pulp, però, non dovrebbe stupire. Da settimane la campagna si gioca su tutti i piani disponibili: dalle collaborazioni del comitato per il sì con pagine come Welcome to Favelas, ai contenuti di creator come Gino Zavalani e Cittadino Zero, fino alla dimensione più pop, come la canzone di Sal Da Vinci usata per il comizio al Teatro Parenti di Milano. La costruzione del consenso si muove ovunque: in televisione, sui social, ora anche attraverso il podcast. Non un colpo di scena, dunque, ma l’ennesima conferma di una strategia precisa: per non perdere questo referendum, la destra le sta provando davvero tutte.