Tolkien, Gramsci e Pasolini non bastavano: ora Meloni si intesta pure Zalone
di Samuele MaccoliniPoco importa se le avventure cinematografiche per costruire la nuova “egemonia” della destra meloniana siano state un flop – il film “Albatross”, che racconta la storia del giornalista e militante postfascista Almerigo Grilz, l’hanno visto e acclamato proprio tutti al Governo. Ma a leggere i numeri del botteghino, praticamente solo loro. A raggiungere il grande pubblico infatti c’è Checco Zalone, che questo Natale ha registrato un altro, atteso e notevole, risultato di incassi col suo “Buen Camino”.
Un successo che la destra si è subito intestato in veste di cuoco provetto dei piatti forti della comicità zaloniana: la triade nazionalpopolare dio-patria-famiglia in salsa di politicamente scorretto, che ovviamente irride «la sinistra radical-chic». Sarà forse questa la fantomatica tradizione culinaria italiana, che difficilmente sarebbe stata premiata dall’UNESCO senza le ingenti risorse diplomatiche disposte proprio dal Governo Meloni.
Zalone non è Paolo Villaggio, che usava la satira popolare di Fantozzi per dare un volto alla miseria umana dell’impiegato consumato e ridicolizzato da un sistema alientante. Al contrario, il regista pugliese si è sempre tenuto lontano dal fornire letture politiche ai suoi film. Ma alla destra di Governo piace comunque tantissimo. Per Italo Bocchino, direttore del fu quotidiano del Movimento Sociale Italiano “Secolo d’Italia”, Zalone «mette in scena vizi, contraddizioni e ipocrisie che qualcuno preferirebbe non vedere. E [...] parla a un pubblico nazional-popolare che la sinistra continua a disprezzare».
Gli fa eco un post della pagina Instagram Poveri Comunisti, vero asso nella manica del marketing politico meloniano. Se lo sono chiesti in tanti, ma la conferma è stata data solo nei giorni scorsi al quotidiano Domani: la popolare community è stata creata dal responsabile dei social di Fratelli d'Italia Alberto Di Benedetto. Su Zalone dice: «[La sinistra ndr] non comprende che questo film rappresenta un’idea di libertà. La libertà di chi non si riconosce nel conformismo ideologico, di chi rifiuta i dogmi imposti e si sottrae a quel clima culturale che, negli anni, ha cercato di mettere un bavaglio non solo alle parole, ma anche al pensiero».
Non è un déjà vu. I discorsi della nuova egemonia culturale evocata dal Governo sono ormai celebri. Il Ministro della Cultura Giuli ci ha scritto un libro che nel titolo scomoda Gramsci: il fondatore del Partito Comunista Italiano diventa un punto di riferimento nel «sillabario» per la destra al potere. Prima, almeno da fine anni ‘70, era toccato al “Signore degli Anelli” di Tolkien, unico caso mondiale di appropriazione politica.
E infine Pasolini. Ad Atreju, la festa delle giovanili del partito di Meloni, il celebre poeta è stato inserito nel pantheon delle «egemonie che ci piacciono» – al suo fianco compariva Charlie Kirk (onorato per le sue idee). La beatificazione di Pasolini era già stata ufficializzata a fine novembre con il dibattito alla biblioteca del Senato presieduto da Ignazio La Russa. Il titolo andava dritto al punto: «Pasolini conservatore». Appropriazione culturale, a catinelle.