Da anni la sanità molisana vive una crisi strutturale che penalizza reparti ospedalieri e cittadini. La carenza di personale medico è ormai cronica: mancano specialisti nei pronto soccorso, nelle guardie mediche e nei reparti periferici. A Isernia, al Veneziale, i medici devono gestire turni estenuanti; ad Agnone l’ospedale Caracciolo sopravvive con poche unità operative; a Bojano è a rischio persino la continuità della guardia medica.

Il presidente della Regione, Francesco Roberti, ha annunciato un’intesa con l’ambasciata cubana per far arrivare in Molise medici per il 118 e i pronto soccorso, sul modello già adottato in Calabria, dove, a partire dal 2022, erano entrati in servizio quasi 500 professionisti cubani. In molti ospedali calabresi il loro contributo è stato giudicato positivo, ma non senza problemi: negli ultimi mesi una parte di quei medici ha lasciato il servizio pubblico. Alcuni non sono rientrati dopo le ferie, altri hanno preferito il settore privato o l’estero. Alla base della fuga ci sarebbero stipendi più bassi di quanto promesso, ferie non pagate, difficoltà di adattamento e carichi di lavoro particolarmente pesanti. Oggi, su 497 assunti, ne restano in servizio poco più di 370.

Roberti ha descritto la situazione molisana come «disastrosa», frutto di «anni di programmazione errata» e di un sistema che ha difeso interessi di “casta”. Il Molise, commissariato dal 2009 a causa del piano di rientro dal debito sanitario (oggi oltre i 120 milioni di euro), continua a non attrarre giovani medici: molti emigrano appena terminata la specializzazione, mentre chi resta è spesso vicino alla pensione.

Lo conferma il vicepresidente dell’Ordine dei medici di Isernia, Fabrizio Pastena: «La maggior parte dei giovani medici sceglie di lavorare in altre regioni», spiega. «È drammatico pensare che i medici in partenza siano prevalentemente giovani, magari formatisi in Molise con un rilevante investimento non solo economico da parte del sistema sanitario. Molti dei medici rimasti in organico hanno più di sessant’anni, sono prossimi alla pensione».

In altre parole, il Molise si trova stretto tra due dinamiche: da un lato l’emorragia di personale formato sul posto che preferisce spostarsi altrove in cerca di stipendi migliori e di condizioni di lavoro più sostenibili; dall’altro l’invecchiamento del personale rimasto, che rende difficile programmare il ricambio generazionale. È una spirale che rischia di lasciare i reparti sempre più sguarniti e che, secondo gli esperti, nessun accordo con l’estero può davvero invertire senza una strategia strutturale a lungo termine.

La Regione ha già tentato più volte di arginare l’emergenza: richiamando in servizio i pensionati, stipulando accordi con altre aziende sanitarie e, durante la pandemia, facendo arrivare personale anche dal Venezuela. Ora, oltre alla collaborazione con Cuba, Roberti punta a intese con l’Abruzzo per rafforzare l’assistenza nelle aree di confine come Agnone.

I sindacati, però, bollano l’iniziativa come un palliativo. «Non è accettabile che in Italia si continui a rincorrere soluzioni estemporanee», ha dichiarato Gianluca Giuliano, segretario nazionale di Ugl Salute. La ricetta, secondo le sigle dei lavoratori, passa per contratti stabili, stipendi adeguati e condizioni di lavoro migliori, così da fermare l’esodo dei professionisti verso il privato e l’estero.

Nel frattempo l’Università del Molise sta formando nuove leve che, secondo il governatore, nei prossimi cinque anni potrebbero rafforzare la sanità regionale. Ma fino ad allora, per molti cittadini, l’accesso alle cure rimarrà un percorso a ostacoli.