Il Ponte sullo Stretto sembra più vicino. Il Cipess – Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile – ha approvato il progetto definitivo per la realizzazione dell’opera, aprendo ufficialmente una nuova fase per quella che da oltre mezzo secolo è una delle infrastrutture più discusse e controverse del Paese.

 

L’idea di un ponte che colleghi la Calabria alla Sicilia non è nuova: se ne parla, con alterne fortune, dagli anni Sessanta. Da allora, il progetto è stato più volte rilanciato, sospeso, modificato e poi dimenticato, fino alla sua definitiva archiviazione nel 2013. Nel 2023, il governo Meloni lo ha riesumato, mantenendo come base tecnica il progetto elaborato nel 2011 e aggiornato secondo nuove prescrizioni ambientali e ingegneristiche.

 

Il ponte, nella sua forma attuale, sarà a campata unica, lungo 3.300 metri, il più lungo del mondo nella sua categoria. Avrà due torri alte 400 metri, tre corsie per senso di marcia e due binari ferroviari. Il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini lo descrive come «un’opera strategica e un acceleratore di sviluppo per il Sud». Il completamento è previsto tra il 2032 e il 2033, con un costo stimato di 13,5 miliardi di euro, coperto in parte dalla manovra economica del 2024.

 

Nonostante l’entusiasmo del governo, l’opera continua a dividere l’opinione pubblica, il mondo politico e gli esperti. Le opposizioni parlano apertamente di «colossale spreco di denaro pubblico», considerando il ponte un investimento sbagliato rispetto alle reali esigenze del Mezzogiorno: trasporti ferroviari inefficienti, carenze idriche, ospedali inadeguati, scuole fatiscenti, dissesto idrogeologico. Per molti, sono queste le priorità da affrontare.

 

Anche sul fronte ambientale non mancano le perplessità. La Commissione europea sta valutando la compatibilità del progetto con la direttiva Habitat, che protegge le aree naturali di interesse comunitario. Le 62 prescrizioni indicate nella valutazione di impatto ambientale rappresentano un ostacolo non da poco:

 

Tra gli aspetti più contestati c’è quello degli espropri, che riguarderanno centinaia di famiglie e attività commerciali tra Calabria e Sicilia. Nel dettaglio, a Villa San Giovanni, in Calabria, saranno abbattuti circa 150 edifici, mentre a Messina ne sono previsti oltre 250, tra cui 291 case, 120 attività commerciali, 37 ruderi e due cappelle funerarie. In tutto, gli immobili da espropriare sono oltre 440 solo nella zona siciliana, con numeri simili sul versante calabrese.

 

Per favorire gli accordi, è stato aperto un “cassetto virtuale” e due sportelli fisici per facilitare il dialogo tra cittadini e istituzioni. È previsto un incentivo del 15% sul valore dell’immobile per chi lo ha acquistato prima del 30 giugno 2023 e fino a 40.000 euro di indennità di ricollocazione per le prime case. Ma in caso di mancato accordo, lo Stato può imporre l’esproprio sulla base della clausola di pubblica utilità.

 

Un’altra polemica emersa recentemente riguarda la classificazione del ponte come infrastruttura strategica anche per la difesa, utile per soddisfare gli impegni NATO che richiedono all’Italia di destinare il 5% del PIL alla sicurezza e difesa. Per alcuni ministri, come Crosetto e Tajani, il ponte rientrerebbe in questo ambito, data la presenza di basi NATO nel Mezzogiorno. Una lettura che ha sollevato nuovi interrogativi sulla destinazione dei fondi pubblici.

 

Il Ponte sullo Stretto di Messina continua a essere una delle opere più discusse e divisive della storia repubblicana. Per alcuni rappresenta il simbolo di un possibile riscatto infrastrutturale per il Sud. Per altri, invece, è l’ennesimo spreco di risorse in un Paese che fatica a garantire servizi essenziali, soprattutto in regioni come Calabria e Sicilia, dove i trasporti restano carenti e disorganizzati. Soltanto il tempo dirà se sarà davvero un ponte tra terre e persone o piuttosto l’ennesimo progetto speculativo volto a favorire lobby economiche, come quella del cemento, delle grandi opere e dell’industria delle costruzioni. Intanto, per centinaia di famiglie, il ponte è già qualcosa di concreto: non un’infrastruttura, ma una minaccia tangibile alle proprie case, alla propria salute e al proprio futuro.