Il decreto Sicurezza, trasformato in legge a inizio giugno 2025 dopo un travagliato iter parlamentare, riceve ora una sonora bocciatura dalla Corte di Cassazione. In un documento di 129 pagine, la Suprema Corte smonta pezzo per pezzo il provvedimento simbolo della linea dura del governo Meloni in materia di ordine pubblico e sicurezza. A essere messo in discussione non è solo il contenuto della legge, ma anche – e soprattutto – il metodo con cui è stata approvata: un abuso della decretazione d’urgenza che la Cassazione definisce un caso praticamente unico nella storia della Repubblica.

Il decreto, divenuto legge dopo una lunga e contestata approvazione, contiene 38 articoli che spaziano dalle nuove aggravanti penali per reati commessi in stazioni, strade e durante manifestazioni, al reato di rivolta in carcere e nei CPR, agli sgomberi lampo, alla revoca della cittadinanza italiana, fino all’estensione dello scudo penale per i Servizi segreti e al divieto di vendita della cannabis light, con un colpo durissimo per un intero settore produttivo.

Ma la stroncatura della Cassazione parte dal metodo: «Nessun fatto nuovo configurabile come “caso straordinario di necessità e urgenza”», si legge nella relazione del Servizio penale dell’Ufficio del Massimario e del Ruolo della Corte Suprema. In sostanza, il governo ha trasformato un disegno di legge già approvato alla Camera nel settembre 2024 in un decreto legge senza alcuna emergenza oggettiva.

In tutta la storia parlamentare italiana, solo due volte era accaduto qualcosa di simile, e mai in materia penale. Per la Corte, questo rappresenta un abuso della decretazione d’urgenza in aperta violazione dell’articolo 77 della Costituzione.

Oltre al problema della forma, la Corte evidenzia l’«estrema disomogeneità» del testo: 38 articoli su temi completamente diversi, compressi in un unico articolo durante la conversione, impedendo un voto separato come previsto dall’articolo 72 della Costituzione.

Entrando nel merito, la relazione elenca numerosi profili di incostituzionalità. Molte delle nuove norme penali risultano formulate in modo «vago e generico», violando principi costituzionali di «materialità», «precisione e determinatezza», «offensività», «uguaglianza», «autodeterminazione», «ragionevolezza» e «libertà di manifestazione del pensiero».

Tra gli esempi: le aggravanti legate al luogo o allo status dell’autore del reato, come nel «danneggiamento in occasione di manifestazioni», che secondo la Corte rischiano di colpire il diritto alla protesta.

Preoccupa anche la norma sulle madri detenute con figli minori di un anno, che applica una soglia anagrafica rigida, creando trattamenti radicalmente diversi per differenze minime, anche di un solo giorno.

Ancora più netta la bocciatura delle nuove ipotesi di reato per la resistenza passiva in carcere: si finisce per sanzionare «ogni atto di ribellione non violento», come «il rifiuto del cibo o dell’ora d’aria» – una scelta «senza precedenti nel diritto penale italiano».

Tra i passaggi più controversi figura l’estensione dello scudo penale ai servizi segreti impegnati in attività preventive: la norma consente agli 007 di creare o dirigere gruppi eversivi o terroristici a fini preventivi. La Corte lo definisce «l’intervento più significativo e controverso» del decreto, un «assoluto inedito nel panorama penalistico» e una misura «sproporzionata, se non addirittura disfunzionale».

Critiche anche alla norma contro le occupazioni abusive, giudicata «eccessivamente indeterminata», «difficile da configurare» e priva di «forme di impugnazione».

Infine, sul divieto di commercio della cannabis light, la Cassazione segnala il contrasto con i principi europei sulla libera circolazione delle merci e l’assenza di evidenze scientifiche che ne giustifichino il divieto in base a rischi per la salute pubblica.

Le reazioni del governo non si sono fatte attendere. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio si è detto «incredulo», mentre il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, intervistato da La Stampa, ha definito la relazione «un esercizio connotato da una forte impostazione ideologica», dichiarando di non capire «quali principi della Costituzione violerebbe». Anche il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani ha difeso la scelta, rivendicando la necessità di «dare risposte rapide ai cittadini».

Vale la pena ricordarlo: il decreto Sicurezza era già stato bersaglio di critiche da parte di giuristi, magistrati, sindacati, associazioni per i diritti umani e perfino di otto relatori speciali dell’ONU, che avevano parlato di gravi violazioni del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali.

Ma oggi il quadro cambia. Le censure non arrivano più solo da accademici o attivisti, ma dalla Corte di Cassazione, la massima autorità giudiziaria del Paese, garante della Costituzione e dello Stato di diritto.

Eppure, anche di fronte a una valutazione così netta, c’è chi parla di un giudizio ideologico e accusa i giudici di aver invocato il terreno della politica. Ma forse, questa volta, sarebbe il momento di fermarsi e riflettere: quando è la Corte Suprema a parlare di incostituzionalità nel metodo e nel merito, il problema non è chi critica, ma la legge in sé.

Forse è il caso di un serio mea culpa.