Negli ultimi giorni, è probabile che il tuo feed di Instagram e la sezione delle stories siano stati letteralmente sommersi da contenuti legati al referendum su lavoro e cittadinanza dell’8 e 9 giugno: appelli al voto, foto e video di amici e conoscenti diretti ai seggi, schede elettorali mostrate con orgoglio. Di fronte a questa partecipazione visibile e condivisa online, una domanda sorge spontanea guardando i dati reali dell’affluenza: com’è possibile, allora, che così pochi abbiano votato?
La percezione distorta della bolla può trarre in inganno. Niente di nuovo: le piattaforme come Instagram o TikTok selezionano i contenuti da mostrarci in base alle nostre preferenze, creando un ambiente digitale su misura che riflette e rafforza le nostre convinzioni. Questo fenomeno è noto come filter bubble, un concetto introdotto già nel 2011 da Eli Pariser, secondo il quale gli algoritmi finiscono per isolarci in bolle di contenuti omogenei, impedendoci di vedere opinioni divergenti o realtà alternative. I nostri feed, inoltre, sono spesso espressione di ciò che seguiamo anche nella realtà – riflettono, cioè, posizioni affini alle nostre, il cui impatto spesso tendiamo a sovrastimare.
È bello ed è giusto sentirsi parte di una comunità che si informa e condivide valori comuni, come avrà forse percepito chi ha scelto di andare a votare questo weekend. Sì: anche postando la foto dal seggio, rivendicando e promuovendo a gran voce quella scelta politica. Ma una stories non basta a cambiare le cose. I risultati del referendum ci restituiscono una lezione fondamentale: i social possono essere uno straordinario strumento per creare legami e diffondere lotte e idee, ma rappresentano una visione parziale del mondo che ci circonda.
Fuori da queste bolle, infatti, in molti casi la realtà è ben diversa. I dati dell’affluenza a questo referendum ce lo confermano: l’affluenza si ferma attorno al 30%, lontanissima dal quorum fissato al 50% più uno. Quanto possano aver influito gli inviti del Governo all’astensione e la scarsa copertura del referendum da parte della televisione (meno dell’1% della durata dei principali telegiornali è stato dedicato ai quesiti, secondo AGCOM) è difficile stabilirlo.
Quello che è certo è che pur avendo avuto la sensazione – guardando le stories – che tutti fossero andati a votare, in realtà stavamo osservando solo un frammento altamente selezionato della società. Una camera dell’eco che amplifica il nostro mondo, ma silenzia tutto il resto. La sfida ora è portare quei legami, quelle lotte e quelle idee nel mondo.