Per dieci mesi un giovane di 21 anni, pugliese, avrebbe spiato le attività politiche di Potere al Popolo, partecipando come attivista a cortei, volantinaggi, riunioni interne, azioni simboliche e mobilitazioni sociali. Si era presentato come uno studente fuori sede, ma dopo alcune verifiche condotte dagli stessi esponenti di PaP è emerso che si tratterebbe di un agente della Polizia di Stato, entrato in servizio nel 2023. L’infiltrazione – se confermata – costituirebbe un fatto di estrema gravità, coinvolgendo un partito regolarmente registrato, che partecipa alle elezioni e gode delle tutele previste dalla Costituzione.

A ricostruire la vicenda è Giuliano Granato, portavoce nazionale di Potere al Popolo. Il ragazzo sarebbe entrato in contatto con il partito nell’autunno del 2023, tramite i collettivi studenteschi napoletani. Da lì in poi, ha partecipato assiduamente a tutte le attività organizzate dal partito: mobilitazioni per la Palestina, blocchi antisfratto, manifestazioni per il salario minimo, proteste per la sicurezza sul lavoro. Ma il comportamento del giovane ha iniziato a destare da subito sospetti. «Pur essendo molto giovane e immerso in un ambiente di coetanei, rifiutava qualsiasi forma di socialità. Mai un caffè, una birra, una serata insieme o una festa di compleanno passata insieme» – spiega Granato a VD News.

Un comportamento anomalo per un coetaneo che si muoveva in un ambiente fatto anche di relazioni umane e comunitarie, non solo di attivismo politico. Un altro episodio chiave è avvenuto durante la manifestazione del 1° maggio. Dopo il corteo, l’attivista viene notato entrare in un ristorante di Napoli e sedersi a un tavolo con uomini in giacca e cravatta. «Non era lì per mangiare. Si è diretto subito verso di loro, ha parlato per un quarto d’ora e se n’è andato», racconta ancora Granato.

A quel punto, gli attivisti decidono di indagare. Basta una ricerca su Google con nome e data di nascita per scoprire che il ragazzo ha vinto un concorso in Polizia nel 2023. Emergono foto del giuramento in divisa, scatti con colleghi. Ma nulla di tutto questo era visibile sui suoi profili social, che risultavano privi di riferimenti alla sua appartenenza alle forze dell’ordine. «I suoi account erano stati accuratamente ripuliti», precisa Granato a VD.

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Pochi giorni dopo, gli attivisti affrontano direttamente il ragazzo. Gli comunicano che non è più gradito e che conoscono la sua vera identità. Lui non si difende, non nega, non chiede spiegazioni: saluta e se ne va. In serata ha contattato uno degli attivisti al telefono: «Alla richiesta di chiarimenti, quando gli abbiamo chiesto di farci vedere le foto del giuramento, la risposta è stata un lungo silenzio e poi il telefono è stato chiuso», racconta Granato.

Tra le ipotesi circolate, c’è anche quella che il ragazzo possa essersi effettivamente allontanato dalla Polizia pentito della propria scelta, e abbia voluto impegnarsi in Potere al Popolo. Ma Granato smentisce categoricamente: «Non ci risulta alcuna richiesta di congedo. E poi, se fosse stato in buona fede, perché cancellare ogni legame con la Polizia dai suoi profili? Perché non ha chiarito nulla al confronto diretto, e si è limitato a sparire?»

Il portavoce sottolinea anche che il ragazzo si esponeva pubblicamente durante le azioni, come quella per rinominare le strade dedicate alle vittime del lavoro: «Un poliziotto in servizio non rischierebbe di partecipare a certe iniziative senza incorrere in sanzioni disciplinari. Se lo ha fatto, vuol dire che si sentiva coperto».

Intanto, «fonti qualificate» riportate dalle agenzie di stampa hanno smentito che il poliziotto in questione fosse un agente sotto copertura, in quanto «questo tipo di attività è disciplinata da una normativa che prevede il coinvolgimento dell’autorità giudiziaria».

Le stesse fonti dichiarano inoltre che «il presunto agente-spia partecipava agli eventi di Potere al Popolo col proprio vero nome, cui corrispondeva un profilo social che lo ritraeva in divisa». Ma la ricostruzione non convince Granato: «La smentita è formalmente corretta, ma non spiega nulla. È ovvio che un’operazione del genere debba essere autorizzata dalla magistratura. Ma resta il fatto che quell’uomo è un poliziotto, e che i suoi profili erano stati ripuliti, non mostravano affatto foto in divisa».

Secondo Potere al Popolo, l’episodio non è isolato. Si inserisce in un clima più generale di controllo e repressione del dissenso. «Pensiamo al caso Paragon, lo spyware usato contro giornalisti e ONG, o alle norme del decreto Sicurezza. È un attacco generalizzato alla libertà di opposizione», avverte Granato.

E aggiunge un’interpellanza politica diretta: «Giorgia Meloni, commentando un’inchiesta sulla sua giovanile, disse che infiltrarsi nei partiti è da regime. Allora le chiediamo: l’infiltrazione di un agente di Polizia in Potere al Popolo è da regime, sì o no?»

Pur con tutti i dubbi e la cautela necessaria – la vicenda, per ora, si basa solo su ricostruzioni del partito – il caso solleva una questione che travalica la singola realtà coinvolta. Se confermato, saremmo di fronte a un episodio gravissimo di sorveglianza politica ai danni di un partito regolarmente registrato, tutelato dalla Costituzione, che agisce pubblicamente e partecipa al confronto democratico come ogni altra forza. Chi ha autorizzato – se mai è stato autorizzato – questo tipo di presenza? A quale scopo? E con quali limiti? Sono domande che meritano risposte chiare. Perché qui non si tratta solo di Potere al Popolo, ma del diritto di ogni cittadino a fare politica, dissentire e organizzarsi senza essere spiato.