Roma, manifestazione No Dl Sicurezza: manganellato l’assessore Luca Blasi
di Davide Traglia«Ero davanti a parlare, per cercare di fermare le tensioni, mi hanno preso in due e mi hanno massacrato». Con queste parole, Luca Blasi – assessore alla Cultura del Municipio III di Roma e portavoce nazionale della Rete No DDL Sicurezza – ha raccontato quanto gli è accaduto ieri a Roma durante la manifestazione contro il nuovo decreto Sicurezza in discussione alla Camera. Colpito ripetutamente dalla polizia in assetto antisommossa mentre tentava di mediare, a volto scoperto e senza alcuna protezione.
Il corteo, partito da piazza Barberini, era diretto verso Montecitorio. È stato bloccato dalle forze dell’ordine in via del Tritone, dove la tensione è esplosa. A farne le spese anche Blasi: «Una brutta botta – ha aggiunto sui social – un occhio malridotto, vede a fatica. Lividi qua e là». Ma «abbiamo la testa più dura di quanto credono».
E non è certo la prima volta. Da mesi, chi scende in piazza contro questo decreto viene identificato, riceve manganellate o spintoni. Senza che vi sia alcun confronto, alcun ascolto da parte del governo. Nessun tentativo di rispondere alle obiezioni, molte delle quali sollevate anche da giuristi, sindacati, realtà civiche. Solo silenzio istituzionale da una parte, e repressione dall’altra. È difficile non leggere in questa dinamica una strategia precisa, piuttosto che singole deviazioni.
La repressione delle proteste non sembra più una reazione spropositata, ma una scelta consapevole. Il manganello non è più l’eccezione: sta diventando, corteo dopo corteo, la regola. Il messaggio è inequivocabile: chi dissente va zittito, intimidito, isolato. La manifestazione di ieri è l’ennesimo episodio di una mobilitazione che prosegue da mesi contro un decreto che trasforma il dissenso pacifico in reato.
Il testo introduce 14 nuovi reati e 9 aggravanti, colpisce forme di protesta non violenta come sit-in, blocchi stradali, picchetti. Estende il Daspo urbano, criminalizza le proteste nei CPR, nelle carceri, contro le grandi opere. Una norma in particolare, ribattezzata «anti-Gandhi», prevede fino a due anni di carcere per chi si siede pacificamente in strada a bloccare il traffico.
A questo si aggiunge la possibilità, per gli agenti, di portare armi anche fuori servizio, e la copertura legale fino a 10.000 euro da parte dello Stato in caso di procedimenti giudiziari. Una misura che, nei fatti, rischia di incentivare l’uso arbitrario della forza.
Siamo di fronte a una deriva pericolosa, che punta a trasformare la gestione del dissenso in una questione di ordine pubblico. Una politica che si regge sul controllo capillare, sulla paura come deterrente, sulla criminalizzazione sistematica del conflitto sociale. Lo spazio pubblico viene militarizzato, recintato, sottratto alla partecipazione. La protesta, privata della sua legittimità, ridotta a minaccia.
Ora, l’appuntamento è per sabato 31 maggio 2025, quando è prevista una nuova grande manifestazione nazionale contro il decreto Sicurezza. «Dobbiamo essere marea, invadere Roma con contenuti, corpi, colori, musica, parole, azioni. Dobbiamo dimostrare che rappresentiamo quella parte grande di popolo italiano che non cederà un centimetro di democrazia alla peggior destra. La democrazia non si piega. Noi neppure», ha concluso Blasi sui social.