Con il nuovo disegno di legge sulla caccia, promosso dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, l’Italia rischia di smantellare decenni di tutela ambientale, aprendo la strada a una liberalizzazione estrema dell’attività venatoria, sempre più vicina al bracconaggio.

Il provvedimento prevede una revisione profonda della storica legge n. 157 dell’11 febbraio 1992, che per la prima volta aveva regolamentato in modo organico la caccia nel nostro Paese. Oggi quella legge, pur con i suoi limiti, rischia di essere stravolta in nome di una deregulation che potrebbe inaugurare un’era di caccia senza regole, perfino in aree naturali protette, con gravi conseguenze per la biodiversità e la sicurezza pubblica.

Uno degli aspetti più controversi è l’intenzione di ridefinire la caccia non più come attività ludico-sportiva, ma come strumento di «tutela della biodiversità». Un rovesciamento logico e scientifico che stravolge anni di battaglie ambientaliste e rischia di legittimare pratiche fino a oggi considerate ai limiti (o oltre) del bracconaggio.

Il disegno di legge prevede l’estensione dell’attività venatoria a territori finora inaccessibili: parchi naturali, foreste demaniali, dune, spiagge, sentieri escursionistici, perfino terreni privati, anche senza il consenso dei proprietari.

La proposta amplia l’elenco delle specie cacciabili, elimina i limiti temporali più stringenti — autorizzando battute di caccia anche di notte e durante i periodi di nidificazione —, introduce un uso massiccio di richiami vivi e consente nuovamente l’impiego dei roccoli, impianti vietati dalla normativa europea. Contemporaneamente, riduce il ruolo dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) a favore di enti più vicini alle associazioni venatorie.

Il rischio concreto è quello di normalizzare una caccia in aperto contrasto con le direttive europee e con decenni di giurisprudenza nazionale. Le conseguenze non ricadrebbero solo sulla fauna selvatica, ma anche sulla sicurezza di escursionisti, ciclisti, raccoglitori di funghi e cittadini comuni. Il confine tra aree abitate e zone di caccia potrebbe dissolversi, alimentando un conflitto permanente tra il diritto alla quiete e il diritto alla doppietta.

Per Legambiente, questa proposta rappresenta una vera e propria «normalizzazione del bracconaggio». Secondo Stefano Ciafani, presidente nazionale dell’associazione, questa legge calpesterebbe l’articolo 9 della Costituzione, «che obbliga lo Stato, attraverso le sue leggi, a garantire la tutela degli animali» e «cancellerebbe gli ultimi sessant’anni di politiche, impegni e azioni dell’Italia a tutela e conservazione degli animali selvatici».

Ciafani ha quindi lanciato un appello diretto alla presidente del Consiglio: «Impedisca questo scempio legislativo e si impegni, invece, insieme al governo, a completare quella riforma di civiltà avviata nel 2015, approvando finalmente sanzioni efficaci e dissuasive contro chi commette crimini contro gli animali, a partire dal bracconaggio e dai traffici di specie protette, come prevede la direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente».

Il governo, intanto, sembra onorare un patto non scritto con il mondo venatorio. Mentre le promesse su lavoro e sanità restano disattese, quelle fatte ai cacciatori vengono mantenute con rigore. Il risultato è una legge che affida la gestione della fauna alle associazioni venatorie, trasformando l’ambiente in un terreno di caccia permanente e mettendo seriamente a rischio le basi della convivenza tra uomo e natura.