La madre di Alberto Trentini, il cooperante veneziano detenuto da quasi sei mesi in Venezuela senza accuse formali, ha lanciato un appello al governo italiano, chiedendo un impegno concreto e urgente per ottenere la liberazione del figlio.

Alberto, 39 anni, ha dedicato la sua vita alla cooperazione internazionale, lavorando con varie organizzazioni non governative in Sud America, Africa e Medio Oriente, portando aiuti umanitari a rifugiati e popolazioni vulnerabili in paesi come Colombia, Ecuador, Perù, Libano, Etiopia, Nepal e Grecia. Dal 15 novembre scorso, però, si trova in un carcere di Caracas. Alberto lavorava con la ong Humanity & Inclusion ed era in Venezuela per una missione umanitaria. Nonostante i ripetuti tentativi della famiglia di avere informazioni, non è stata formulata alcuna accusa contro di lui.

Nei giorni scorsi la madre Armanda Colusso è stata ospite del programma PresaDiretta su Rai3. «L’Italia deve essere fiera di questo ragazzo», ha dichiarato con commozione. «Il governo ci ha ricevuti a Palazzo Chigi, abbiamo parlato con il sottosegretario Mantovano e abbiamo capito che le istituzioni stanno davvero affrontando i problemi e le difficoltà per liberare Alberto. C’è un impegno molto importante. Ma dobbiamo fare in fretta, perché ogni giorno in isolamento può minare la salute fisica e mentale di mio figlio. Alle autorità chiedo di fare in fretta a liberare Alberto. Mio marito si chiede se riuscirà a vivere abbastanza per vederlo tornare a casa». Armanda ha espresso profonda preoccupazione per le condizioni psicologiche e sanitarie del figlio: «Non abbiamo notizie dirette da lui. Supponiamo che gli arrivino voci o messaggi, ma non abbiamo certezze. E la nostra paura è che, non avendo contatti con l'esterno, si lasci prendere dalla disperazione».

Nel frattempo, cresce il sostegno pubblico. La petizione online su Change.org per chiedere la liberazione di Alberto ha superato le 102 mila firme. La mobilitazione online mira a ottenere il suo rilascio immediato e la tutela dei suoi diritti fondamentali, inclusa l’assistenza consolare, legale e medica. A sostenere la campagna è anche il digiuno a staffetta, iniziato lo scorso 5 marzo, che continua ancora oggi con l’adesione di centinaia di persone. La mobilitazione prosegue su più fronti, nella speranza che il caso di Alberto Trentini venga risolto positivamente e al più presto.