L’Italia continua a essere il Paese in cui chi inneggia al fascismo è protetto, chi all'antifascismo è identificato
di Davide TragliaNei giorni scorsi, il governo aveva invitato a celebrare il 25 aprile «con sobrietà», in segno di lutto per la morte di Papa Francesco. Sobrietà per la festa della Liberazione dal nazifascismo. Sobrietà nel ricordare chi, ottant’anni fa, con coraggio e sacrificio, ci ha liberati da una dittatura. Ma ieri, appena due giorni dopo, a Dongo — luogo simbolico dell’arresto di Mussolini da parte dei partigiani — un gruppo di neofascisti si è radunato per rendere omaggio al Duce e fare il saluto romano. Nessuno ha chiesto sobrietà a loro. Protetti da un imponente cordone di polizia, hanno potuto inneggiare al fascismo senza conseguenze, mentre chi cantava Bella Ciao veniva controllato.
È un rovesciamento inaccettabile. Ottant’anni dopo la Liberazione, chi si richiama all’antifascismo viene trattato come un sospetto; chi esibisce simboli e gesti del regime, invece, viene lasciato libero, addirittura protetto. Proprio a Dongo, dove il 27 aprile 1945 un partigiano fermò Mussolini mentre cercava di fuggire in Svizzera con denaro rubato, oggi chi lo celebra riceve copertura istituzionale. E non è un caso isolato. Ogni anno, a Roma, centinaia di nostalgici si ritrovano per il cosiddetto “rito del Presente”, tra saluti romani, slogan e simboli vietati dalla legge. Anche quest’anno: nessuna carica, nessuna interdizione, nessuna reazione politica. Al contrario, chi ha osato gridare «Viva la Resistenza» è stato fermato e identificato. Scene simili si ripetono regolarmente a Predappio, Verona, Milano: i raduni neofascisti si svolgono senza ostacoli, mentre le manifestazioni antifasciste vengono sorvegliate, ostacolate, represse.
Il messaggio è chiaro: chi contesta il potere o difende la memoria della Resistenza rischia denunce e manganellate. Chi inneggia a regimi criminali, no. La destra al governo sta normalizzando la repressione del dissenso, sdoganando il fascismo e controllando in modo sempre più autoritario gli spazi pubblici. A rendere il quadro ancora più amaro, c’è la vicenda di Ascoli Piceno. Il 25 aprile, Lorenza Roiati, titolare del panificio “L’assalto ai forni”, ha affisso fuori dal suo negozio uno striscione semplice: «25 aprile, buono come il pane, bello come l’antifascismo». In poche ore ha ricevuto due visite dalle forze dell’ordine. La Questura ha parlato di “controlli di routine”, ma anche se fosse, questa storia ne racconta un’altra, più inquietante: che nel 2025 l’antifascismo continua a fare paura. A una parte della società — come mostrano gli striscioni intimidatori “Ai forni” comparsi poco dopo — ma anche alle istituzioni.
Di questa vicenda, nessuno al governo ha detto una parola. Silenzio da parte di un Presidente del Senato che ha ammesso di avere un busto di Mussolini in casa. Silenzio da parte di una Presidente del Consiglio che definiva Mussolini «un buon politico, il migliore degli ultimi 50 anni», e che, quando deve condannare il fascismo, si rifugia in vaghe formule come “ogni forma di totalitarismo”. Un silenzio che non è più solo complicità: è corresponsabilità. Se ce ne fosse ancora bisogno, questi fatti ci ricordano che l’antifascismo non è una reliquia da celebrare una volta all’anno con toni “sobri”. È la base su cui si fondano la Costituzione, i diritti, le libertà. E quando uno Stato arriva a temere più l’antifascismo del fascismo, non siamo davanti a un semplice stravolgimento della storia. Siamo davanti a un pericolo reale per la nostra democrazia.