Quando Giorgia Meloni ieri si è rivolta ai deputati declamando alcuni passaggi del Manifesto di Ventotene, considerato come uno dei testi fondanti del progetto dell’Unione europea, la reazione dell’opposizione è stata furiosa. 

 

Il tempismo è tutto, e l’opportunità di incidere la visione della destra sociale per plasmare l’Europa del futuro approfittando del disimpegno americano è ghiotta. E infatti l’operazione è andata a buon fine. L’indignazione creata dal dileggio sfrontato esercitato verso uno dei testi sacri per i federalisti – dall’area del centrosinistra al centro-centro fino al liberalismo moderato e popolare – è rimbalzata sui social e apre le prime pagine dei quotidiani stamattina. Inutile sottolineare che si tratta di una palese opera di mistificazione. La Premier decontestualizza, seleziona di fino le frasi più controverse, senza premettere che quelle parole sono state scritte nel 1941, da antifascisti arrestati e confinati sull’isola di Ventotene. 

 

Alert: non c’è spazio qui per entrare nel dibattito (giusto!) sull’opportunismo dilagante che si è creato negli anni attorno al testo e la sua opinabile consacrazione germinale dei valori europei. Proseguiamo. Il contesto ce lo restituisce lo storico Davide Conti sul Manifesto: «La democrazia liberale con la sua crisi aveva spalancato le porte al fascismo e, dunque, nei progetti dei costituenti non poteva che essere immaginata una democrazia nuova e appunto “rivoluzionaria”», «centrata sull’uguaglianza di donne e uomini, sulla giustizia sociale ed il lavoro, sull’emancipazione delle classi popolari».

 

Niente pericolo dittatura stalinista, insomma. Ma grande era il desiderio di ricostruire un continente distrutto dalla guerra partendo da solidi valori sociali, senza paura di rivendicare quella parola impronunciabile – oggi diremmo trigger – che è «socialismo». Non cadiamo nel tranello di Meloni: circoscriviamo le parole al loro contesto. Ma una volta fatta questa operazione, non tradiamo gli intenti degli autori: l’Europa che si immaginava era antifascista e intrinsecamente di sinistra. 

 

I federalisti progressisti possono e devono rivendicarlo. Speriamo non solo a parole.