L’elastico spezzato: l’illusione della meritocrazia e il guasto dell’ascensore sociale
di Roberto Ruben GanzittiPer decenni, il dibattito sulla mobilità sociale e sulla disuguaglianza economica si è basato su teorie sociologiche, indagini campionarie su poche migliaia di individui e, troppo spesso, su convinzioni politiche preconcette. Capire se l’ascensore sociale fosse fermo o funzionante era, in gran parte, una questione di narrazione e interesse politico.
Con l’arrivo di Raj Chetty, economista di Harvard e fondatore del centro di ricerca Opportunity Insights, qualcosa è cambiato. Chetty ha applicando per la prima volta l’approccio dei Big Data allo studio della disuguaglianza. Avendo ottenuto l’accesso (in forma rigorosamente anonimizzata) a miliardi di dichiarazioni dei redditi americane, il suo team non ha dovuto più fare stime o affidarsi a sondaggi: ha potuto tracciare le reali traiettorie di vita di quasi tutti i cittadini statunitensi nati dal 1940 a oggi, collegando i redditi dei genitori a quelli dei figli adulti.
Il risultato di questo immenso sforzo statistico è un’autopsia spietata e precisissima del “Sogno Americano’’.
“Se vuoi puoi’’ e altri miti a cui dovremmo smettere di credere
Il punto di partenza dell'indagine di Chetty riguarda la “mobilità assoluta’’, ovvero la probabilità matematica che un figlio riesca, da adulto, a guadagnare più dei propri genitori. È la traduzione numerica della promessa che ha fondato gli Stati Uniti: l’idea che ogni generazione starà meglio di quella che l’ha preceduta.
I dati estratti dai registri fiscali e pubblicati su Science tracciano un declino vertiginoso. Per i bambini nati prima del boom economico post-bellico, questa promessa di guadagnare più dei genitori era quasi una certezza. Il 90% di loro ha finito per superare il tenore di vita della famiglia d’origine. Invece, per la generazione dei Millennial (nata negli anni ’80), la curva è precipitata al 50%. Chetty non si è limitato a registrare il calo, ne ha spiegato la causa matematica. Simulando diversi scenari economici, ha dimostrato che questo crollo non è dovuto a una crescita economica più lenta del Paese (il PIL americano è continuato a crescere), ma alla distribuzione ineguale di quella crescita. Se la ricchezza prodotta dagli anni ’80 in poi fosse stata distribuita in modo più equo tra le classi sociali, come accadeva negli anni ’50, la mobilità dei Millennial sarebbe all’80%, non al 50%.
Approfondiamo: Come veniva distribuita negli anni ’50 la ricchezza?
Durante gli anni della presidenza di Dwight D. Eisenhower (1953-1961), gli Stati Uniti registrarono una crescita economica straordinaria nonostante una pressione fiscale sui redditi più alti che oggi apparirebbe impensabile. In quel periodo, l’aliquota marginale massima sul reddito federale era fissata al 91%, una misura ereditata dagli sforzi finanziari della Seconda Guerra Mondiale che il presidente Eisenhower scelse di mantenere per garantire il pareggio di bilancio e finanziare le grandi infrastrutture nazionali. Lungi dal colpire la classe media, questa tassazione record si applicava esclusivamente alla quota di guadagni che superava scaglioni di reddito alti (equivalenti a milioni di dollari odierni) finendo così per gravare solo su una ristrettissima cerchia di contribuenti multimilionari. Per comprendere la reale portata del prelievo fiscale sotto Eisenhower, è necessario tradurre i dati dell’epoca in valori monetari contemporanei. Nel 1953, l’aliquota del 91% scattava oltre i 200.000 dollari di reddito annuo per i singoli contribuenti (o 400.000 dollari per le coppie sposate). Rivalutando queste cifre con il tasso d’inflazione odierno, scopriamo che quella soglia massima si applicherebbe oggi solo a chi percepisce un reddito superiore ai 2,5-3 milioni di dollari all’anno. Questo dimostra come la tassa non mirasse a colpire il ceto medio o i professionisti benestanti, bensì i grandi patrimoni e i monopoli societari accumulati durante il boom bellico.
Le deduzioni fiscali e l’aliquota reale (effettiva)
Nonostante il 91% nominale possa spaventare, la legislazione tributaria degli anni ’50 offriva numerose scappatoie legali. Il sistema era infatti ricco di deduzioni fiscali, esenzioni per i redditi da capitale (capital gains) e agevolazioni per chi reinvestiva i profitti nell'economia reale. Di conseguenza, gli storici dell’economia hanno calcolato che l’aliquota effettiva (cioè la percentuale di tasse realmente pagata dai super-ricchi sul totale delle loro entrate) si attestava in media intorno al 40-45%. La durezza della tassa nominale fungeva quindi da forte incentivo per i miliardari: piuttosto che consegnare il 91% dei propri guadagni allo Stato, preferivano reinvestire i profitti in azienda, aumentare i salari dei dipendenti o fare donazioni filantropiche.
Il finanziamento delle grandi opere e il sistema Interstate
I capitali generati da questo sistema fiscale fortemente progressivo non rimasero immobilizzati nelle casse dello Stato, ma si trasformarono nel motore della modernizzazione americana. Fu proprio Eisenhower a firmare il Federal-Aid Highway Act del 1956, dando il via alla costruzione del celebre Interstate Highway System, la rete autostradale che ancora oggi collega il Paese. Questa imponente infrastruttura logistica e militare, costata decine di miliardi di dollari, fu interamente finanziata grazie alla solidità di un bilancio pubblico sostenuto dalle classi più abbienti, ponendo le basi strutturali per i successivi trent’anni di egemonia economica americana nel mondo. È Importante comunque segnalare che quando Chetty dice che se oggi avessimo “quella’’ distribuzione della ricchezza la mobilità tornerebbe all’80%, parla di un modello matematico, non di un’età dell’oro perfetta. Anche perché quei vantaggi strutturali (i mutui agevolati del G.I. Bill, i buoni quartieri, i sindacati forti) negli anni ‘50 erano quasi esclusivamente riservati ai cittadini bianchi. Gli afroamericani ne furono sistematicamente esclusi (tramite pratiche come il redlining, per cui le banche non davano mutui per comprare case nei quartieri neri).
La lotteria del CAP e l’esperimento di Seattle
Per ritornare alla distruzione del mito americano del «se vuoi puoi», diciamo che se l’impegno individuale non basta più, cosa determina il successo? I dati hanno rivelato che il destino non è scritto nei geni, ma nella geografia.
Creando uno strumento interattivo senza precedenti chiamato The Opportunity Atlas (Sviluppato con il Census Bureau), il team di Harvard ha mappato i destini economici dei bambini americani blocco per blocco, quartiere per quartiere. Hanno scoperto che crescere a pochi chilometri di distanza (ad esempio, nel quartiere povero di Brownsville rispetto a quello più agiato di Park Slope a Brooklyn) genera enormi divari nel reddito futuro, nei tassi di incarcerazione e persino nelle gravidanze adolescenziali, a parità di reddito di partenza della famiglia. Le opportunità sono un fatto fieramente locale.
Ma Chetty è andato oltre la semplice osservazione, lanciando esperimenti sul campo. Il più famoso è il Creating Moves to Opportunity (CMTO) condotto a Seattle. I ricercatori si sono chiesti: perché le famiglie povere non si trasferiscono nei quartieri ad “alta opportunità’’, pur ricevendo sussidi statali per l’affitto? Hanno scoperto che il problema non era la mancanza di volontà, ma la complessità burocratica e i pregiudizi dei proprietari immobiliari.
Fornendo a un gruppo di famiglie un'assistenza mirata (aiuto nella ricerca, copertura della caparra, mediazione con i proprietari), la percentuale di famiglie che si è trasferita nei quartieri migliori è balzata dal 14% al 53%.
Spuntare la lotteria del CAP, così da poter creare migliori opportunità di scalata sociale, dimostra Chetty che è possibile, ma richiede politiche abitative che vadano oltre il semplice assegno di sussidio.
Gli Einstein perduti: l’innovazione soffocata e la segregazione sociale
La mancanza di mobilità non è solo un dramma per chi resta indietro, ma una perdita catastrofica per l'intera società. Nel paper Who Becomes an Inventor in America?, Chetty e il suo team hanno incrociato i dati fiscali con i database dei brevetti (chi fa di mestiere l’inventore, per intenderci).
Hanno scoperto che i bambini nati nell’1% più ricco hanno probabilità 10 volte superiori di registrare un brevetto rispetto ai bambini nati sotto la media nazionale. Analizzando i punteggi nei test di matematica delle scuole elementari, Chetty ha dimostrato che questa discrepanza non ha nulla a che fare con il talento innato o il quoziente intellettivo infantile.
Il fattore determinante è l’esposizione. I bambini poveri, le minoranze e le bambine non diventano inventori perché, nei loro quartieri e nelle loro cerchie familiari, non incontrano mai scienziati, ingegneri o ricercatori. L’economia americana (e globale) sta perdendo decine di migliaia di “Einstein’’ a causa della segregazione sociale.
Ma quanto incide l’amicizia giusta sul miglioramento delle proprie possibilità future? Nel 2022, il team ha pubblicato uno studio monumentale su Nature, incrociando i dati macroeconomici con 21 miliardi di connessioni anonime di amicizia su Facebook. L’obiettivo era misurare il capitale sociale. Solo la connessione economica (ovvero la percentuale di amicizie tra persone a basso e alto reddito) ha un impatto diretto e fortissimo sulla mobilità sociale. Se i bambini poveri crescessero in ambienti con la stessa percentuale di amici ricchi dei bambini del ceto medio, i loro redditi futuri aumenterebbero in media del 20%.
E in Italia? Lo studio sui 600 anni di ricchezza a Firenze della Banca d’Italia
Nel 2016, due economisti della Banca d’Italia, Guglielmo Barone e Sauro Mocetti, hanno pubblicato un paper intitolato Intergenerational mobility in the very long run: Florence 1427-2011. Cosa hanno fatto: Hanno incrociato i dati del catasto fiorentino del 1427 (commissionato all’epoca per finanziare la guerra contro Milano) con le dichiarazioni dei redditi del 2011, tracciando i cognomi delle famiglie. La scoperta? Hanno dimostrato che le famiglie più ricche di Firenze nel 2011 hanno gli stessi cognomi delle famiglie che erano al vertice della piramide economica fiorentina nel 1427.
Sei secoli di storia, il Rinascimento, la Rivoluzione Industriale, due Guerre Mondiali e l’avvento di Internet non sono riusciti a scalfire il “pavimento di vetro’’ che protegge l’élite. È la dimostrazione scientifica di un’immobilità dinastica impressionante.
Nono basta studiare e laurearsi lo dicono i dati INPS
Un gruppo di economisti, tra cui Maurizio Franzini e Michele Raitano (Università La Sapienza di Roma), sta conducendo un lavoro fondamentale analizzando le carriere dei lavoratori attraverso i dati amministrativi dell'INPS. I loro studi distruggono il mito che in Italia basti “studiare e laurearsi’’ per appianare le disuguaglianze. L’istruzione non basta: hanno dimostrato che, a parità di titolo di studio (es. due laureati nella stessa disciplina, con lo stesso voto, nella stessa università), il figlio della famiglia ricca guadagnerà comunque molto di più del figlio della famiglia operaia nel corso della sua carriera.
Il capitale relazionale: i ricercatori chiamano questo divario il “premio di rete’’ (o network premium). In un mercato del lavoro opaco come quello italiano, i contatti familiari, le raccomandazioni “morbide’’, gli stage procurati tramite amici dei genitori e il modo di porsi (il capitale culturale) valgono economicamente più della laurea stessa.
Il World Economic Forum e la classifica globale
Infine, per fornire un dato sintetico a livello internazionale, il World Economic Forum pubblica il Global Social Mobility Index, che valuta la salute dell’ascensore sociale di 82 Paesi (analizzando salute, istruzione, lavoro e protezione sociale). Nel report del 2020, i Paesi nordici (Danimarca, Norvegia, Finlandia) occupavano le primissime posizioni. L’Italia è stata classificata al 34° posto, ultimissima tra le grandi economie avanzate del G7 e superata da quasi tutti i Paesi dell’Est Europa. Il report sottolinea proprio come il mercato del lavoro italiano faccia un’enorme fatica a premiare il talento slegato dalle origini familiari.
L’ingegneria sociale non può fermarsi all’architettura delle scuole o ai confini dei quartieri. Come ci insegna Raj Chetty, non basta aprire le porte dell’ascensore sociale: bisogna assicurarsi che dentro, durante il viaggio, chi sta in basso stringa la mano a chi sta provando a salire.
La domanda non è più “come aiutiamo il singolo individuo a scappare dal quartiere povero?’’, ma piuttosto: come portiamo le opportunità all’interno di quel quartiere? Dobbiamo abbandonare il concetto di meritocrazia?
Come possiamo rendere il mercato del lavoro italiano più trasparente? Dobbiamo interrogarci su come vietare gli stage gratuiti o sottopagati che tagliano fuori il talento ‘povero’ (perché se non hai una famiglia che ti sostiene, oltre che per tutti gli anni di studio, anche mentre lavori, non puoi permetterti di fare uno stage con cui entrare nella posizione lavorativa desiderata) e su come costruire processi di selezione che premino le reali competenze anziché il capitale relazionale ereditato.
La sfida, oggi, non è insegnare a pochi fortunati come trovare le scale di emergenza, , ma avere il coraggio politico di riparare l’ascensore per tutti.