Nell’Italia di Vannacci si lavora a 14 anni
Dal palco dell’assemblea costituente di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci ha rilanciato l’idea del “libretto di lavoro” per gli adolescenti: a 14 anni, secondo il generale, si potrebbe lavorare «durante l’estate come cameriere o nell’azienda di famiglia», per un primo contatto “responsabile” con il mondo del lavoro.
Nel suo impianto attuale, la normativa europea stabilisce che l’età minima per lavorare non può essere inferiore a quella dell’obbligo scolastico, fissata generalmente a 15 anni, con eccezioni molto limitate per lavori leggeri e regolati. L’idea di anticipare ulteriormente l’ingresso nel mondo del lavoro rientra in una visione produttivista dell’adolescenza e si inserisce in un pacchetto più ampio di idee che include una scuola “più selettiva”, una maggiore disciplina e una critica costante agli attuali modelli educativi. In diversi interventi pubblici, Vannacci ha infatti descritto la scuola italiana come troppo indulgente e ideologizzata, sostenendo la necessità di un ritorno a criteri più rigidi di valutazione e selezione.
Ma anticipare l’ingresso nel lavoro significa, di fatto, esporre i minori a un mercato già caratterizzato da precarietà e disuguaglianze. Il confine tra “esperienza formativa” e lavoro sottopagato o informale è sottile, soprattutto in settori come ristorazione e commercio, dove il lavoro giovanile è già oggi diffuso. In questo senso, la proposta rischia di trasformare una condizione già fragile in una normalità istituzionalizzata. Le posizioni di Vannacci su scuola e lavoro si inseriscono in un impianto ideologico più generale, che insiste su ordine sociale, disciplina e riduzione delle mediazioni educative: un “futurismo retrogrado", lo ha definito l’Huffington Post. Un approccio che punta a ridefinire il rapporto tra Stato, scuola e individuo fin dall’adolescenza.
Il tema del lavoro giovanile non è nuovo, ma la sua riproposizione in chiave precoce riapre una frattura culturale profonda. Da una parte l’idea di responsabilizzazione anticipata, dall’altra la difesa dell’adolescenza come spazio di crescita protetto: un’età in cui la formazione dovrebbe restare prioritaria. Nel mezzo, una domanda politica più ampia: quale modello di società si vuole costruire quando si decide a che età si inizia a lavorare davvero.