Secondo l’ultimo Executive Nomad Index, Palermo è al primo posto in Italia (al 25° a livello mondiale) per attrattività dei lavoratori da remoto. La città è diventata la capofila del fenomeno del south working, che dalla pandemia in poi ha spinto sempre più persone a trasferirsi nel meridione. A favorire l’arrivo di lavoratori da remoto ci sono politiche mirate da parte delle istituzioni, che hanno il chiaro obiettivo di rendere la Sicilia appetibile per questi professionisti.

Il Comune di Palermo ha messo in campo circa 10 milioni di euro del PNRR interamente dedicati alla transizione digitale per facilitare l’accesso ai servizi e limitare gli intoppi burocratici. L’amministrazione sta lavorando a un nuovo “Centro per l'Innovazione”, uno spazio di coworking pubblico gratuito fuori dal centro storico. L’obiettivo è creare «più opportunità per i giovani del territorio e per chi desidera tornare a lavorare in Sicilia creando valore e nuove competenze per tutta la comunità». 

La Regione a sua volta ha dato il via libera a una misura da 54 milioni di euro. Alle aziende con sede fuori dall’isola verranno destinati fino a 30mila euro per ogni lavoratore siciliano assunto o stabilizzato a tempo indeterminato, a condizione che possa svolgere la prestazione lavorativa in Sicilia in modalità agile per almeno cinque anni. Comune e Regione stanno anche lavorando alla creazione di spazi di coworking nelle aree interne attraverso il recupero di immobili pubblici e ecclesiastici in disuso. A cui si aggiunge l’accesso gratuito a impianti sportivi pubblici e uno sconto sull’IRPEF per chi, dall’estero, trasferisce il domicilio fiscale in Sicilia. 

Le iniziative sono pensate per attirare i lavoratori che si sono trasferiti altrove. Ma c’è il rischio di creare divisioni tra chi è rimasto e chi è tornato.  Secondo Elena Militello, Presidente dell’associazione South Working, bisogna «creare le condizioni perché le aziende che oggi portano lavoro agile in Sicilia decidano domani di radicarsi: aprendo sedi, creando indotto, diventando parte dell’ecosistema produttivo locale». Perché senza sviluppo territoriale, il south working rischia di diventare «turismo del lavoro».

Il laboratorio culturale di Palermo 90100LAB dialoga da tempo con l’amministrazione cittadina sul tema del south working. Se da un lato l’arrivo dei nomadi digitali viene visto come un’opportunità di dialogo culturale e collaborativo con il territorio, dall’altro c’è il rischio di restare bloccati in una narrazione poco aderente con la realtà. «Frequentiamo nomadi digitali ed expat in città, alcuni sono anche nostri amici», racconta a VD Michele Minardi di 90100LAB. «Ma per la maggior parte delle persone si tratta di un fenomeno turistico con permanenza di 3-6 mesi che non crea valore per la città».

«Ci piacerebbe costruire un approccio diverso – continua Minardi – per connettere chi arriva con le realtà del territorio, a partire da scuole, università e associazioni. Per il momento i nomadi digitali sono lasciati a loro stessi: arrivano a Palermo attirati dai costi accessibili e l’alta qualità della vita, ma si ritrovano come noi senza spazi e servizi». C’è poi una questione politica che interroga la classe dirigente siciliana. «Tutte le nuove politiche sono orientate a “premiare” chi va via e poi torna, per noi che abbiamo scelto di restare e costruire un futuro qui non c’è nessun vantaggio», puntualizza Minardi. 

Alla fine sia chi resta e sia chi torna deve confrontarsi con gli stessi problemi del territorio. Ma con la differenza che i nomadi digitali hanno un maggiore potere d’acquisto. Se non controllato, il fenomeno può quindi favorire gentrificazione e crisi abitativa. Minardi la definisce una «forma coloniale». «Critichiamo il modello attuale perché è fondato solo sul consumo. Una gestione più attenta del fenomeno dovrebbe partire dalle richieste delle persone che vivono a Palermo e in Sicilia. Ma a noi sembra che le istituzioni non abbiano capito fino in fondo tutte le implicazioni del south working».