Mentre la Regione Sicilia punta sul “southworking”, offrendo incentivi ad aziende non locali affinché assumano lavoratori da remoto, c’è chi propone una strada diametralmente opposta. Il Patto per Restare, una coalizione che riunisce oltre 60 associazioni siciliane, ha presentato un piano dettagliato per generare lavoro locale partendo esclusivamente dai bisogni reali e insoddisfatti dell'isola.

L’analisi parte da quello che gli attivisti definiscono un “paradosso strutturale”: una terra caratterizzata da bisogni enormi e servizi pubblici carenti, ma abitata da persone competenti che non trovano il modo di costruirci un progetto di vita dignitoso. I dati a supporto sono impietosi, con quasi 350.000 giovani laureati che hanno abbandonato il Sud negli ultimi vent’anni, alimentando una “migrazione forzata” causata dall'assenza di prospettive stabili. Secondo il documento, non mancano le braccia o le competenze, ma il meccanismo istituzionale capace di metterle in relazione con le necessità del territorio.

La proposta prende il nome di "Sicilia Zero Disoccupazione" e trae ispirazione dal modello francese TZCLD, già validato con successo dalle istituzioni europee. L’obiettivo non è la semplice creazione di occupazione generica, ma la trasformazione delle energie di chi vuole restare o tornare in risposte concrete: dalla cura delle persone fragili alla mobilità locale, fino alla manutenzione ambientale e alla valorizzazione di un patrimonio culturale spesso lasciato all'abbandono. La tesi di fondo è che il lavoro utile esista già, ma manchi la volontà politica di organizzarlo.

L’architettura del progetto poggia sui Comitati Locali, tavoli partecipati dove istituzioni e cittadini mappano i bisogni del territorio e le competenze dei singoli per generare un incontro reale tra domanda e offerta. In questa cornice nascono le Imprese per l’Occupazione, realtà dell'economia sociale che assumono a tempo indeterminato le persone segnalate dai comitati per svolgere servizi di pubblica utilità. Queste nuove imprese operano secondo un principio di non-concorrenzialità, intervenendo solo nei settori che il mercato privato non riesce o non vuole coprire spontaneamente.

Uno dei punti di forza della proposta risiede nella strategia di finanziamento, che non si limita a richiedere fondi a fondo perduto. Il progetto prevede l'attivazione di un Fondo Regionale che converta la spesa pubblica “passiva”, come i sussidi di disoccupazione e i costi sociali della marginalità, in investimento attivo per il lavoro professionale. A regime, secondo i promotori, il costo netto per la Regione sarebbe inferiore all’1% del bilancio annuale, una cifra considerata un investimento strategico poiché la disoccupazione, tra costi diretti e indiretti, pesa molto di più sulle casse pubbliche.

Il documento delinea una rivendicazione chiaramente politica e generazionale: restare nella propria terra non deve più essere percepito come un sacrificio o un atto di resistenza romantica, ma come una possibilità reale garantita. Il principio cardine è che se il lavoro è un diritto costituzionale, lo Stato ha il dovere di contribuire a renderlo effettivo, specialmente dove il mercato non arriva. Per questo, il piano è inclusivo e si rivolge non solo ai disoccupati, ma anche ai lavoratori precari e a chi è già emigrato e attende un’occasione concreta per rientrare in Sicilia.

La richiesta formale avanzata da Carmelo Traina, dagli altri coordinatori e dagli attivisti del Patto alla Regione Siciliana è l’avvio immediato di una sperimentazione su cinque territori pilota, equamente divisi tra aree interne a rischio spopolamento e quartieri urbani vulnerabili. Il cronoprogramma suggerito punta a una legge regionale istitutiva entro il 2027 per arrivare alle prime assunzioni nel 2028, con l’obiettivo di coinvolgere inizialmente 1.500 persone. Si tratta di una sfida lanciata alle istituzioni per testare il modello sul campo e misurarne l’impatto sulla qualità dei servizi e sulla tenuta sociale dei territori.