Smettiamola di odiare il lavoro, è un privilegio dei ricchi
di Samuele MaccoliniLa più grande illusione è crescere pensando di essere tutti uguali. Ognuno e ognuna con uguale possibilità di diventare ricco e famoso. Ma è quando inizi a lavorare che ti accorgi che chi è ricco sarà sempre ricco, anche se guadagna quanto te, povero servo. La prospettiva con cui consideriamo le disuguaglianze infatti è fuori fuoco. Il reddito incide, ma solo in parte. I ricchi sono ricchi perché godono di un patrimonio, ereditato o di famiglia, che è il loro privilegio.
Su questo fatto la sinistra da un po’ di tempo continua a prendere abbagli, sognando un mondo senza lavoro che non esiste e anzi con grande probabilità sarebbe la vittoria finale dei capitalisti, che altro non aspettano di togliere ai lavoratori ciò che li rende uniti: la dignità di condividere il peso del lavoro. Il reddito universale di base è allo stesso tempo un’utopia e una distopia. In modo superficiale potremmo illuderci che un reddito garantito ci renda liberi per sempre dal lavoro. In realtà ci toglierebbe l’unica leva che abbiamo a disposizione per migliorare la nostra condizione sociale, mentre i capitalisti festeggiano potendo disfarsi finalmente del costo salato della forza lavoro.
Non a caso uno dei più grandi promotori di un reddito di base è l’economista liberista della fantomatica scuola di Chicago – quella che lavorava con Pinochet in Cile – Milton Friedman. Friedman sognava un sussidio automatico a tutti coloro che hanno ricavi al di sotto di una certa soglia, un sussidio calante man mano che il reddito aumenta. Sarebbe stato il modo per risolvere la povertà, diceva, o meglio, il modo per annullare il welfare state lasciando il mercato libero di regolarsi: ora che i poveri sono un po’ meno poveri possiamo togliergli i servizi di base. Tanto possono competere nel mercato per pagarseli, no?
Stiamo già andando in quella direzione, con i continui tagli alla spesa pubblica che mettono a rischio il sistema sanitario, l’università e la scuola dei Paesi europei. Mentre, come dimostrano le ricerche di Piketty, autore del Capitale del XXI secolo, la ricchezza patrimoniale è diseguale come ai livelli di inizio ‘900. Di fronte a tutto ciò sarebbe forse il caso di darsi da fare per proteggere la ricchezza pubblica, piuttosto di insistere sulle fantasie di un lusso individuale che altro non sarebbe che una mancetta, tra l’altro esposta alla volatilità dei prezzi dei beni e all’inflazione.
Il punto centrale per il cambio di paradigma è più culturale che economico. Come scrive Simone Cerlini nel bel saggio “Manifesto della Classe dei Servi” (Il Margine, 2023) il problema più grande è la disaffezione nei confronti del lavoro. Attenzione, non staremo qui a discutere di quanto il lavoro possa essere odioso, malato e criminale quando è in condizioni tossiche e senza diritti. Ma quando abbiamo iniziato a giudicare il lavoro dalle sue malattie?
Parliamo così tanto di burnout, workaholic, stress lavoro-correlato e incidenti sul lavoro proprio perché il lavoro è dignità, ed è svilente non sentirsi riconosciuti e ammalarsi di lavoro: perché lo si ama troppo, perché lo si ama troppo poco, perché ci sentiamo costretti ad amarlo a tutti i costi. Proprio come nelle relazioni. Perché il lavoro, ricorda Cerlini, altro non è che relazione, ricevere valore (denaro, status, identità) per un servizio, una prestazione nei confronti non tanto del datore di lavoro ma degli altri lavoratori. Il lavoro risponde sempre a una domanda, e ha senso proprio perché risponde a una richiesta, e solo così è utile: non per noi stessi, ma per gli altri.
Ogni attività che svolgiamo nei confronti degli altri (si parla non a caso di lavoro di cura?) ha senso perché è utile. La classe lavoratrice è utile a sé stessa perché riconosce di vivere in una società di persone che attraverso il lavoro contribuiscono alla ricchezza comune. Questo è il nostro privilegio, non facciamoci illudere dai ricchi, che non ci capiranno mai. Vivono nel loro individualismo e godono della nullafacenza ignorando la bellezza di condividere un peso: quello di essere come tutti, utile per gli altri.