L’ossessione per il lavoro trasforma la competizione in carneficina
No Spoiler.
Dopo la presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia è infine arrivato nelle sale italiane il nuovo film del regista sudcoreano Park Chan-wook. Il titolo restituisce fin da subito l’essenza del film: “No Other Choice” racconta la tragedia umana di Man-su, impiegato modello di un’azienda cartaria che viene licenziato da un giorno all’altro. Assieme al lavoro perde lo status sociale su cui aveva costruito la sua identità, basata su famiglia, benessere e prestigio. Inizia così una discesa negli inferi del mercato del lavoro, che dopo fallimenti e umiliazioni porta il protagonista a prendere scelte sempre più ciniche ed estreme nel tentativo di essere assunto di nuovo. Man-su è pronto a tutto, anche a uccidere, pur di riacquisire lo status perduto: la concorrenza sfrenata lascia il disoccupato senza altra scelta.
Come spiegato dallo stesso Park Chan-wook, il film mette in scena gli esiti estremi di un sistema in cui il lavoratore è contemporaneamente vittima e carnefice. Prima illuso dalla promessa capitalista della felicità vincolata alla fedeltà aziendale, poi abbandonato e senza più riferimenti diventa esso stesso espressione estremizzata del mercato che lo ha plagiato: se l’unica regola è la concorrenza, spesso e volentieri la logica opprime la morale.
La chiave di lettura sta nel genere del film: la commedia tragicomica, tipica del cinema sudcoreano che è solito mischiare la critica sociale con un umorismo nerissimo e decisamente macabro. Uno stile che “Parasite”, l’opera di Bong Joon Ho che ha vinto l’Oscar come miglior film nel 2020, ha fatto conoscere e apprezzare anche al pubblico mainstream.
L’ironia permette di cogliere il dramma umano di Man-su, un uomo assolutamente ordinario che ha affidato la sua vita al lavoro e quando viene licenziato si trova senza identità. «Non ho mai pensato alla commedia, alla tragedia o al commento sociale come a componenti separati», ha spiegato Park Chan-wook. «Seguendo il percorso psicologico di Man-su, provando empatia per lui, si arriva naturalmente a comprendere le sue scelte. Si ride dei suoi sforzi patetici, ma allo stesso tempo non si perde mai la compassione. La tragedia finale, la critica sociale e la comicità sono sempre state, per me, un’unica entità».