La Gen Z preferisce lavorare in ufficio
Secondo una ricerca di McKinsey, solo il 36% dei lavoratori tra i 18 e i 24 anni preferisce il lavoro a distanza, contro il 59% della fascia 25-34. Lo studio, guidato dalla senior partner Nora Gardner, evidenzia un fenomeno che non riguarda solo gli Stati Uniti: anche nel Regno Unito la Gen Z sta trainando il ritorno in presenza, mettendo in discussione l’immagine dei nativi digitali poco inclini al contatto personale. Per chi è all’inizio della carriera, la presenza in ufficio viene interpretata come una forma di apprendimento sul campo e un modo per costruire reti professionali.
Tuttavia, proprio i giovani che chiedono di lavorare in presenza hanno spesso meno accesso alla flessibilità rispetto ai colleghi senior. Il divario tra ciò che i più giovani desiderano e ciò che ottengono sfiora i 20 punti percentuali, mentre i profili più esperti - con ruoli dirigenziali e maggiore autonomia - continuano a beneficiare dello smart working. Secondo McKinsey, la chiave è puntare su una presenza «mirata» e di qualità, con momenti di collaborazione strutturati e occasioni formative specifiche. «Non è la quantità di giorni in ufficio a fare la differenza, ma la qualità del tempo trascorso insieme», osservano gli analisti. Anche altri studi confermano la tendenza.
Una ricerca Harris Poll-Freeman condotta su 1.824 lavoratori statunitensi rileva che il 91% degli intervistati cerca più interazioni con i colleghi, mentre il 69% si sente isolato per effetto dell’uso eccessivo della tecnologia. La JobList Survey 2023 mostra che il 57% della Gen Z preferisce il lavoro in presenza, pur considerandolo compatibile con la flessibilità del remoto: per l’80% degli under 28 lo smart working resta comunque una condizione essenziale. Secondo Marianna Poletti, consulente HR, intervistata dal Corriere della Sera, «non c’è una posizione univoca. Per la Gen Z lo smart working è una conditio sine qua non, ma nella fase iniziale della carriera prevale il bisogno di andare in ufficio per capire come funziona il lavoro, imparare dai colleghi e inserirsi nei meccanismi aziendali. Se i giovani vengono lasciati soli, il turnover cresce rapidamente».