Eleonora Sabato ha 36 anni e fa l’infermiera da quando ne aveva 26. Si è laureata a Genova nel 2012. Ha lavorato all’estero, a Londra, e poi in Italia, sia in ambito privato sia nel pubblico. Ha chiesto a VD di pubblicare una lettera aperta alle istituzioni per denunciare lo sfruttamento di una categoria trattata «come forza lavoro a basso costo». 

 

«Ogni giorno, migliaia di noi entrano nei reparti, nei pronto soccorso, nelle RSA, nei servizi domiciliari. Non con spirito di sacrificio, ma con competenze, responsabilità e consapevolezza. Non siamo santi né eroi: siamo professionisti sanitari, formati, abilitati, continuamente aggiornati. Eppure, l'impressione costante è di essere trattati come forza lavoro a basso costo, comprimibile, facilmente sostituibile», scrive Eleonora.

 

Parla dei bassi stipendi come «una ferita aperta», «che si allarga ogni volta che ci si sente dire "ma lo sapevi com'era". No. Quello che sappiamo - e che sappiamo fare - è molto più grande e più complesso di quanto venga retribuito. Coordiniamo cure, gestiamo farmaci, prendiamo decisioni rapide, tuteliamo la sicurezza clinica dei pazienti, supportiamo le famiglie e lavoriamo sotto pressione costante. E per tutto questo, non possiamo nemmeno permetterci un affitto, un figlio, una progettualità di vita serena».

 

In Italia la professione di infermiere è «regolamentata a livello universitario, con titoli accademici riconosciuti anche a livello europeo». Ma viene «trattata con superficialità economica e sociale. È umiliante dover giustificare perché si merita uno stipendio dignitoso, un orario sostenibile, una vita normale». Per questo motivo in molti lasciano l’Italia, scelgono altre strade. Quelli che restano «si sentono svuotati, sfruttati, invisibili».                

 

Eleonora ricorda il periodo della pandemia. «Ci avete applauditi nei momenti bui, ma non viviamo di applausi – continua – Essere infermieri oggi, in Italia, significa imparare a sopravvivere. Non solo nei turni massacranti. Non solo nelle notti senza fine o nelle urgenze continue. Ma nella vita vera, fuori dagli ospedali. Lì, dove si contano i soldi in tasca a fine mese. Dove si rinuncia a un figlio. Dove si vive in stanze in affitto, spesso in solitudine, senza riuscire nemmeno a pianificare una vacanza, una casa, una speranza».

 

Le responsabilità sono enormi. Ma in caso di errori, spiega Eleonora, a pagare è sempre il lavoratore sottopagato. «Paghiamo noi. Ma nessuno ci protegge. Gestiamo farmaci salvavita, emergenze, dolore, rabbia, morte. Consoliamo senza parole. Accompagniamo senza giudicare». E poi? «Poi torniamo a casa con 1700 euro al mese, quando va bene. Con un contratto che non riconosce il nostro sacrificio. Con un carico di lavoro sempre più insostenibile e un futuro incerto».


Gli infermieri non chiedono carità. «Vi chiediamo giustizia. Rispetto. Retribuzione adeguata». «Perché di infermieri ne servono migliaia – conclude Eleonora – Ma chi vorrà ancora esserlo, domani? Fermatevi un momento. Guardateci negli occhi. Ascoltate le nostre voci prima che diventino silenzio. Prima che ce ne andiamo tutti».