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Entro il 7 giugno 2026, l’Italia dovrà recepire la Direttiva europea 2023/970 sulla trasparenza retributiva, entrata in vigore nell’agosto 2023, con l’obiettivo di ridurre il gender pay gap, ancora molto diffuso in Europa.
Tra le principali novità, ogni lavoratore avrà diritto a ricevere in forma scritta informazioni sul proprio stipendio e su quello medio, suddiviso per genere, dei colleghi che svolgono lo stesso lavoro o uno di pari valore. La richiesta potrà essere presentata direttamente o tramite i rappresentanti dei lavoratori. I datori di lavoro avranno due mesi di tempo per rispondere e, in caso di risposta incompleta, il dipendente potrà richiedere chiarimenti motivati. Sarà inoltre vietato inserire nei contratti clausole che impediscano di parlare della propria retribuzione o di chiedere informazioni su quella altrui.
La direttiva introduce anche maggior trasparenza fin dalla fase di selezione: i datori di lavoro dovranno comunicare ai candidati, prima del colloquio, lo stipendio previsto o la fascia retributiva per la posizione offerta.
Per le aziende con almeno 100 dipendenti scatteranno obblighi più stringenti: dovranno pubblicare regolarmente i dati sul divario retributivo interno. Se la differenza tra uomini e donne a parità di ruolo supera il 5%, sarà necessario fornire giustificazioni basate su criteri oggettivi.
Il provvedimento si applicherà a tutti i lavoratori subordinati, nel settore pubblico e privato. La misura intende intervenire su un problema strutturale: la disparità salariale tra uomini e donne. In media, in Europa il divario retributivo si attesta ancora intorno al 13%, con punte più elevate in diversi Stati. In Italia, secondo il Global Gender Gap Report 2025 del World Economic Forum, il divario resta significativo: il Paese è al 79° posto su 148, con progressi ancora limitati.
La direttiva, già in fase di analisi da parte del governo e delle parti sociali, segna una svolta nel riconoscimento del diritto all’equità retributiva e potrebbe aprire la strada a nuove controversie legali qualora i datori di lavoro non si adeguassero alle richieste di trasparenza.