Stipendi più alti, ma con meno soldi in tasca
di Davide TragliaIn teoria, in Italia gli stipendi stanno aumentando. In pratica, molti lavoratori non se ne accorgono affatto. Anzi, in diversi casi si sentono persino più poveri, nonostante qualche euro in più in busta paga. Non è solo una sensazione: è il risultato concreto di un meccanismo fiscale noto come drenaggio fiscale o fiscal drag, che sotto il governo Meloni si è ulteriormente accentuato.
Questo sistema, che l’esecutivo ha presentato come un successo, in realtà penalizza soprattutto i lavoratori dipendenti con redditi medio-bassi – gli stessi che, secondo le promesse della premier, avrebbero dovuto beneficiare maggiormente delle riforme.
Ieri in Senato, la presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB), Lilia Cavallari, ha illustrato il nuovo Rapporto sulla politica di bilancio. Il quadro emerso è chiaro: nonostante gli aumenti nominali degli stipendi, l’inflazione elevata e la struttura attuale del sistema fiscale fanno sì che molti lavoratori si ritrovino a pagare più tasse, con meno soldi netti in tasca.
Negli ultimi anni, l’aumento del costo della vita ha spinto molte aziende ad alzare gli stipendi. Tra il 2021 e il 2025 l’inflazione è cresciuta del 16,8%, mentre le retribuzioni medie sono salite solo dell’8,2%: un incremento insufficiente, ma comunque un passo avanti. Il problema è che questi aumenti vengono in gran parte “mangiati” dal fisco.
Con il crescere dello stipendio, si può infatti finire in uno scaglione Irpef più alto, subendo aliquote maggiori e perdendo bonus o detrazioni. Il risultato? Più tasse da pagare, senza un vero aumento del potere d’acquisto.
I dati parlano chiaro. Un operaio, nel 2022, pagava in media 67 euro in più di tasse a fronte di un’inflazione del 2%. Oggi, ne paga 79. Per un impiegato, la differenza è ancora più marcata: da 116 a 141 euro. Complessivamente, questo meccanismo ha generato per lo Stato circa 370 milioni di euro in entrate extra ogni anno, con una stima di 17 miliardi solo nel 2024. Una cifra paragonabile a quella prevista per le misure in favore dei lavoratori.
Il drenaggio fiscale non è una novità, e non è stato introdotto dal governo Meloni. Tuttavia, con l’attuale assetto fiscale, i suoi effetti si sono aggravati. Già lo scorso novembre, l’UPB aveva segnalato i rischi derivanti dalle nuove aliquote Irpef. Ora lo conferma con dati concreti.
L’unico modo per contrastare questo fenomeno sarebbe aggiornare gli scaglioni Irpef e le soglie dei bonus in base all’inflazione. Ma un intervento del genere avrebbe un costo elevato e comporterebbe per il governo la rinuncia a entrate importanti, utilizzate negli ultimi anni per tenere sotto controllo i conti pubblici.
Christian Ferrari, segretario confederale della Cgil, ha commentato: «Chi vive di reddito fisso, quindi, non solo non ha recuperato la perdita del potere d’acquisto causata dall’alta inflazione cumulata negli ultimi anni, ma paga di più al fisco». A subire sono soprattutto i lavoratori dipendenti, mentre «per gli altri, invece: flat tax, condoni, concordati preventivi e ogni strumento possibile e immaginabile per consentirgli di continuare a evadere, indisturbati, le imposte».
A parole, Giorgia Meloni si presenta come la paladina del ceto medio. Nei fatti, ha aumentato la pressione fiscale sui lavoratori del 13%, tagliato la spesa sociale e aumentato quella militare. Questa, in sintesi, è la parabola del suo governo: grandi annunci, scelte opposte, e un conto che finisce regolarmente nelle mani dello stesso contribuente: il lavoratore dipendente italiano.