Si può lavorare meno, e meglio
Per decenni, la Cina è stata il simbolo della dedizione assoluta al lavoro, un paese dove la cultura dell’iperproduttività ha dominato non solo il mondo industriale ma anche quello impiegatizio, soprattutto nel settore tecnologico.
Nel 2019, il fondatore di Alibaba Jack Ma ha definito la pratica del “966” – lavorare, cioè, dalle 9 del mattino alle 9 di sera, sei giorni a settimana – addirittura «una vera benedizione». «Se non lavori tanto quando sei giovane, quando dovrai farlo? Se non impiegate più energia degli altri, come potrete raggiungere il successo che volete?», aveva detto il miliardario cinese. Negli ultimi mesi, però, alcune delle più grandi aziende del Paese hanno cominciato a mettere in discussione apertamente la logica perversa degli straordinari infiniti. Midea, colosso degli elettrodomestici, ha dato un segnale forte vietando gli straordinari “di facciata” e imponendo l’uscita dall’ufficio entro le 18:20. Il suo CEO ha dichiarato che oltre il 95% degli straordinari è solo esibizionismo, «fatto per farsi vedere». Anche DJI, leader mondiale nella produzione di droni e famosa per i suoi orari disumani, ha avviato una nuova politica che impone il “coprifuoco” lavorativo alle nove – che è stato, però, giustamente criticato perché considerato lo stesso eccessivo.
Come spiega bene The Economist, questi segnali non sono isolati o casuali, ma arrivano in un momento preciso, in cui anche il governo cinese ha cominciato a riconoscere che il superlavoro non paga. E che anzi, è controproducente. Uno dei nuovi nemici da combattere si chiama infatti neijuan (o «involuzione»), un concetto che descrive l’assurda spirale di impegno crescente senza risultati proporzionali. È la ruota del criceto della produttività, in cui si corre, si corre, ma si resta sempre fermi. Il Consiglio di Stato cinese ha recentemente lanciato un «piano d’azione speciale» per stimolare i consumi interni, in cui si parla esplicitamente di affrontare «importanti punti dolenti come la cultura del lavoro straordinario» e di tutelare «il diritto al riposo e alle vacanze». L’obiettivo è ambizioso: spostare l’economia dalla dipendenza dalle esportazioni e dagli investimenti pubblici verso un modello più basato sulla domanda interna. Ma per farlo, serve una popolazione che abbia tempo ed energia per vivere, non solo per lavorare.
Alcuni analisti hanno fatto notare che questo nuovo atteggiamento più “umano” da parte delle aziende coincide sospettosamente con l’introduzione in Europa di nuove norme contro l’importazione di beni prodotti con il lavoro forzato — una definizione che include anche gli straordinari eccessivi. In questo contesto, rispettare l’orario di lavoro diventa anche una questione di sopravvivenza commerciale. Ma, anche se motivati da ragioni pratiche, i cambiamenti restano significativi. Le resistenze restano comunque ancora molto forti. Intervistati da The Economist, diversi lavoratori hanno spiegato di temere che il cambiamento non sia reale, non sia sostenibile o che non duri a lungo. Alcune aziende continuano a richiedere disponibilità h24 e il sistema della “settimana lunga, settimana corta”, cioè una settimana lavorativa di cinque giorni e un’altra di sei. I timidi segnali di inversione di tendenza si scontrano con una realtà estremamente dominata dall’insicurezza economica e dalla difficoltà di dire no in un mercato del lavoro sempre più precario.
Mentre la Cina muove i primi passi verso un equilibrio più sostenibile tra lavoro e vita, altrove si sperimentano soluzioni più radicali. Come racconta Junko Terao su Internazionale, da questo mese a Tokyo è stata introdotta la settimana lavorativa di quattro giorni per i dipendenti della municipalità, che impiega 160mila persone ed è il principale datore di lavoro del paese. L’obiettivo è chiaro: migliorare l’equilibrio tra vita privata e lavoro, incentivando i matrimoni e, di conseguenza, le nascite. Da anni il Giappone è alle prese con l’«emergenza nazionale» del crollo demografico. Nel 2024, il Paese ha registrato il numero di nascite più basso dal 1899 e i matrimoni sono scesi sotto il mezzo milione, il livello più basso da novant’anni. In un mondo che cambia, dove le persone chiedono sempre più tempo per vivere e non solo per produrre, il superlavoro sta perdendo il suo fascino. E anche in Cina, dove sembrava incrollabile, la cultura del 996 inizia a mostrare crepe evidenti. Le nuove politiche aziendali e le spinte governative verso orari più sostenibili indicano un cambiamento profondo, forse ancora agli inizi, ma significativo. È l’inizio di una rivoluzione silenziosa che riconosce due verità semplici: che non ha senso vivere per lavorare, e che lavorare di più non significa lavorare meglio.