Si tratta dei dipendenti di Capgemini, colosso mondiale della consulenza e dei servizi IT, dove lo sciopero ha registrato una partecipazione altissima: il 70% a livello nazionale, con picchi superiori in diverse sedi. Un dato straordinario, mai raggiunto prima nel settore informatico italiano, che conferma il malcontento diffuso tra le lavoratrici e i lavoratori.

Il recente sciopero ha riacceso i riflettori su un tema sempre più centrale nel mondo del lavoro, soprattutto fra la Gen Z. Dall’inizio della pandemia, lo smart working si è dimostrato uno strumento efficace per garantire l’equilibrio fra vita lavorativa e privata e favorire il benessere e la produttività dei dipendenti. La richiesta di mantenere o ampliare il lavoro agile è ormai trasversale e riguarda in particolare le generazioni più giovani, che vedono nella flessibilità un requisito fondamentale per la qualità della vita. Ma mentre in Europa e – più in generale – nel mondo il modo di lavorare sta cambiando, l’Italia resta indietro.

Secondo gli ultimi dati Eurostat, solo il 4,4% dei lavoratori italiani lavora da casa, a fronte di una media europea del 9%. In alcuni Paesi, come la Finlandia (22,4%), l’Irlanda (22,2%) e il Belgio (14,5%), lo smart working è ormai parte fondamentale del modello lavorativo. In Italia, invece, molte aziende hanno ridotto o addirittura eliminato il lavoro da remoto, ritenendolo inefficace e improduttivo. Fra gli imprenditori, molti sostengono ancora che “da casa non si lavori davvero” – un pregiudizio che però contrasta con l’esperienza positiva degli ultimi anni.

Questa distanza tra aziende e lavoratori è ancora più evidente tra i più giovani. Secondo il Randstad Workmonitor 2024, il 42% dei Millennials considera lo smart working una condizione non negoziabile. Per molti, l’equilibrio tra vita e lavoro ha superato in importanza anche la retribuzione, e la possibilità di lavorare in modo flessibile è diventata un criterio chiave nella scelta dell’impiego.

L’European Workforce Study 2025, inoltre, ha dimostrato che chi lavora in modalità ibrida è molto meno propenso a cambiare lavoro (24%) rispetto a chi lavora solo in sede (34%). La flessibilità è insomma una leva per trattenere le nuove generazioni, soprattutto in settori come quello tecnologico e dei servizi professionali.

Gli scioperi e le proteste contro i tagli dello smart-working sono il simbolo di un cambiamento culturale più ampio, che ormai da mesi coinvolge lavoratori di tutte le età e soprattutto i più giovani. Sempre più persone vogliono un lavoro che consenta anche di vivere, non solo di produrre. In un mondo iperconnesso, dove la tecnologia permette flessibilità e libertà mai viste prima, continuare a pensare che si debba solo timbrare il cartellino, stare seduti alla scrivania otto ore e tornare a casa è una miopia che rischia di farci rimanere bloccati nel passato.