L'Italia è agli ultimi posti in Europa per trasparenza salariale negli annunci di lavoro
Entro giugno 2026, l’Italia dovrà adeguarsi alla direttiva europea sulla trasparenza salariale, un provvedimento che potrebbe rappresentare una svolta per il mondo del lavoro nel nostro Paese. La direttiva prevede che i dipendenti abbiano il diritto di confrontare il proprio stipendio con quello di colleghi che svolgono mansioni analoghe, contribuendo così a garantire maggiore equità e a ridurre le discriminazioni retributive. In un Paese come l’Italia, dove gli stipendi sono tra i più bassi d’Europa e il gender pay gap è ancora marcato, questa normativa potrebbe segnare un cambiamento significativo. L’adeguamento alla direttiva arriva in un contesto italiano tutt’altro che incoraggiante. Come riportato da Livia Baratta su Linkiesta, il nostro Paese si colloca tra gli ultimi in Europa per pubblicizzazione degli stipendi negli annunci di lavoro. Nel 2024, solo il 19,3% degli annunci riportava il salario offerto, una percentuale ben inferiore rispetto al 69,7% del Regno Unito, al 50,7% della Francia o al 45,3% dei Paesi Bassi.
Tra il 2019 e il 2022 lo stipendio medio italiano è diminuito di circa 1.000 euro, passando da 43.000 a 42.000 euro annui, registrando un calo del 3,4%. Un dato che colloca l’Italia tra i peggiori Paesi europei in termini di crescita salariale. Nel 2023, il nostro Paese si è posizionato al 19esimo posto su 34 nazioni Ocse per retribuzione media ponderata rispetto al potere d’acquisto, ben al di sotto di Francia e Germania. Oltre alla stagnazione degli stipendi, permane anche un problema di disparità di genere. Secondo l’Inps, nel 2023 la retribuzione media settimanale lorda degli uomini è stata di 643 euro, mentre quella delle donne si è fermata a 501 euro, con una differenza di quasi il 29%. Tuttavia, esistono ancora molte resistenze da parte delle imprese. Come riportato da Baratta, un’indagine di Indeed su oltre 500 datori di lavoro ha evidenziato che solo il 43% delle aziende adotta una politica di trasparenza sulle retribuzioni. La cultura del riserbo sugli stipendi è ancora molto forte in Italia, e molte imprese temono che una maggiore apertura possa scatenare tensioni interne o aumentare le richieste di adeguamento salariale.
Se da un lato la direttiva Ue promette maggiore equità e consapevolezza tra i lavoratori, dall’altro alcuni studi mettono in guardia dai possibili effetti indesiderati. Secondo Internazionale, infatti, la trasparenza retributiva potrebbe contribuire a ridurre il gender pay gap non tanto aumentando gli stipendi più bassi, quanto rallentando la crescita dei salari medi. In altre parole, invece di colmare il divario aumentando gli stipendi delle donne, molte aziende potrebbero semplicemente limitare gli aumenti per tutti. Inoltre, sempre secondo Internazionale, alcune aziende potrebbero utilizzare la trasparenza come strumento di contrattazione per mantenere bassi gli stipendi, sostenendo che eventuali aumenti dovrebbero essere applicati a tutti i dipendenti, con conseguente freno generale alla crescita dei salari. In un Paese come l’Italia, dove gli stipendi sono tra i più bassi d’Europa e il gender pay gap è ancora significativo, l’applicazione della direttiva potrebbe rappresentare una grande opportunità, un’occasione di svolta per i lavoratori. Ma questo solo se accompagnata da politiche efficaci. Il rischio concreto, infatti, è che si trasformi nell’ennesimo strumento a vantaggio delle imprese, utile più a contenere i costi che a garantire equità. Il vero nodo non è solo la trasparenza in sé, ma il modo in cui verrà applicata. Senza misure concrete per tutelare i lavoratori e vincoli reali per le imprese, il rischio è che diventi soltanto un’altra occasione per comprimere i salari, anziché un’opportunità per migliorare le condizioni di chi lavora.