Le immagini circolate online delle persone immobili e in silenzio al momento dei titoli di coda di “Naza”, documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor sui sistemi utilizzati dall’esercito israeliano negli attacchi a Gaza, ci ricordano l’importanza di andare al cinema. Di vedere un documentario, un film in sala insieme ad altre persone. Quelle immagini, angosciosamente uguali pur provenienti da sale e città diverse, ci dicono quanto sia importante che il cinema resti un’esperienza collettiva. 

Condividere anche lunghissimi minuti di silenzio con sconosciuti, guardarsi in faccia e riconoscere la stessa reazione di sdegno, orrore (o, in altri casi, piacere e divertimento) ci ricorda che viviamo in una dimensione sociale dalla quale non possiamo prescindere. E che solo dalla presa di coscienza collettiva può nascere una reazione adeguata. Per questo si fanno film o documentari come “Naza”. 

Non si tratta di andare contro i servizi di streaming perché hanno portato il cinema a casa: gli stessi registi di “Naza” hanno annunciato che a novembre il documentario sarà online sul sito del Guardian (che lo ha prodotto) perché arrivi a quante più persone possibile. Non si tratta di dire che lo streaming è sbagliato e andare al cinema è giusto, sono due esperienze diverse ma nella società individualista in cui viviamo, ricordarci di essere parte di una collettività che può indignarsi per le stesse ragioni, divertirsi o applaudire per le stesse storie, riconoscersi in una causa, è una delle funzioni più importanti del cinema, che si realizza solo uscendo di casa e trovandosi insieme in sala. 

La proiezione di un film non dovrebbe coincidere con la fine dall’esperienza collettiva, ma con l’inizio di un risveglio comune: «Le cinéma s'insurge», per dirla come dicevano gli Stati Generali del Cinema, movimento di lotta dei professionisti dell’industria cinematografica nato a Parigi nel ‘68 a partire dalla rivoluzione di studenti e lavoratori di quell’anno. Rivoluzione che ricorda quella che studenti e lavoratori provano a fare oggi, sempre in Francia, per chiedere più risorse per la scuola pubblica. Un cinema “d’intervento”, insomma, che superi il mero intrattenimento (casalingo).