Abbiamo visto il documentario sugli Oasis
di Giulia EchitesAlla fine un piede in Italia ce l’hanno messo. Certo, non per quello che i loro fan vorrebbero davvero: un concerto anche qui, dopo la reunion e conseguente tour nel 2025. Ma intanto Liam e Noel Gallagher sono stati a Venezia per la prima del documentario Oasis, “Don’t Look Back In Anger” (in sala dal 10 settembre), diretto da Dylan Southern e Will Lovelace, ideato da Steven Knight (“Peaky Blinders”) e presentato Fuori Concorso alla 83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.
Per chi è cresciuto con il rock’n’roll della band di Manchester e ha poi dovuto fare i conti con quell’annuncio da Parigi nel 2009 – «Purtroppo Liam e Noel hanno litigato furiosamente: la band Oasis non esiste più» – questo documentario è un colpo al cuore. Era servito un processo di elaborazione per accettare che no, quella non era stata la solita sfuriata tra i due fratelli, ma la rottura della promessa per cui «io e te – che vediamo quello che loro non vedranno mai – vivremo per sempre».
I quindici anni successivi alla rottura sono anni di attesa, analisi logica di ogni minimo scambio verbale o online tra i due (si faceva presto, erano quasi sempre insulti) per tentare di carpire notizie, sussulti ad ogni millantato riavvicinamento e conseguenti delusioni. Per chi ha aspettato quindici anni prima di rivedere davvero i fratelli Gallagher insieme su un palco, questo documentario è come uno specchio. Il punto di partenza è proprio l’annuncio della reunion, rimbalzato da un notiziario all’altro, letto in qualsiasi lingua del mondo, su cui i fan di ogni angolo del globo hanno rimuginato per mesi e mesi: «Sarà vero questa volta? Dureranno fino alla prima data senza litigare?». Era vero, è successo davvero. Le videocamere quindi seguono i fratelli dal primo giorno in sala prove per tutte le date di Oasis Live ‘25.
Il fatto che la posta in gioco sia alta – bisogna soddisfare l’hype – lo dicono almeno un paio di cose. Per l’occasione torna anche Bonehead (chitarrista con gli Oasis fino al 1998): «è il suono degli Oasis – dice Noel – da quando ha lasciato il gruppo abbiamo continuato a inseguire quel suono». E le parole sempre di Noel che dice che per i primi 40 minuti dello show di Cardiff, il primo del tour, non ci ha capito niente, e avrebbe volentieri chiesto un time out per tornare in backstage.
Liam non perde per un secondo la coerenza che lo accompagna dalla nascita degli Oasis, del resto “I need to be myself I can’t be no one else” Noel lo scrive per appiccicarglielo addosso: durante le prove arriva quando vuole, dice cosa gli fa schifo e quello che va subito eliminato. Ma poi è lui che, per tutte le date del tour, prende per mano il fratello e sale sul palco, braccia in alto con le dita intrecciate a quelle di Noel. «Ho capito cosa rappresenta Liam per tutte queste persone», dice il più grande dei due alla fine del tour.
Le persone, certo. Nel documentario ci siamo anche noi, i fan. Di fronte a ogni palco ci sono sconosciuti che si abbracciano come fossero fratelli e sorelle per condividere l’emozione del momento. Non c’è bisogno di spiegare niente: le lacrime, le Fred Perry tirate fuori dall’armadio, le lotte della working class.
Dal Brasile alla Corea, fino al Regno Unito, in “Don’t Look Back In Anger” ci sono anche i racconti personali dei fan che si muovono però tutti sulla stessa linea. «Stavo attraversando un periodo di depressione», «non avevo amici», «ero bloccato con lo studio e in difficoltà», «ero appena diventata madre ed ero sola»: la musica degli Oasis li fa rialzare. Perché sarà pure “just rock’n’roll” ma quel rock’n’roll ti salva la vita.