“Nel Tribunale distrettuale degli Stati Uniti, distretto sud-occidentale, Tempe, Arizona, caso n. B19294, il giudice Joan Kujava, presidente Coyote v. Acme”. Con queste parole Ian Frazier apriva il suo splendido pezzo per il New Yorker. Era il 1990. Una vita fa. Il capitalismo, all'epoca, era ancora sintomo di ricchezza, benessere, opportunità. Eppure, l'arguta penna di Frazier ci aveva visto lungo. Caduta dopo caduta, livido dopo livido, fallimento dopo fallimento, il povero Willy il Coyote che insegue il beffardo Beep Beep, oltre a essere l'emblema del cinismo comico dei Looney Tunes, era a tutti gli effetti la prima vittima indiretta del capitalismo. Ed è questo il centro narrativo di “Coyote vs. Acme” diretto da Dave Green, in uscita il 2 settembre.

Uno spunto formidabile e militante. Willy diventa portabandiera dell'anticapitalismo in funzione del socialismo progressista. Sfida il potere, imputandogli la responsabilità dei propri fallimenti e del proprio stress (l'Acme è quella spietata multinazionale causa di tutti i disastrosi tentativi di acciuffare il pennuto). Willy difende la sua dignità, alza la voce (ehm, i cartelli), prende posizione. Il Coyote - che sì, è destinato a inseguire Beep Beep, sua nemesi ma anche sua ragione di vita - affidandosi alla tutela legale di uno scalcinato avvocato da cause perse (interpretato nel film da Will Forte) porta avanti un piano tanto assurdo quanto coraggioso, facendosi rappresentante di una società inascoltata, repressa e svilita, nonché imbrogliata dalla politica, dalle industrie, dalla tecnologia.

E, come vediamo nell'adattamento, i dispositivi Acme sono volutamente difettosi, un po' come gli smartphone che, secondo certe logiche di mercato, sono progettati per creare dipendenza. Siamo cavie. Willy, suo malgrado, diventa l'eroe proletario postmoderno: la sua “attività” (inseguire Beep Beep), viene detto dall'avvocato, non è «un lavoro retribuito», eppure, per lui, è «un'occupazione a tempo pieno». Una missione che merita rispetto e onore, costruita – letteralmente – pezzo dopo pezzo, sconfitta dopo sconfitta, lavorando costantemente tra l'incudine e il martello. Una specie di working class hero del Grand Canyon. Come dire, se la sinistra vuol davvero ritrovare credibilità, dovrebbe ripartire da Willy il Coyote, capace di smascherare l'altra faccia del capitalismo, nemmeno avesse mai letto Karl Marx o Charles Dickens. Disuguaglianze, instabilità finanziaria, inquinamento, sfruttamento, speculazioni. L'uso e l'abuso del “sogno alla portata di tutti” che ha generato una corsa alla ricchezza che non prevede scrupoli, dando carta bianca ai “padroni” lasciati liberi di agire.

La storia di Frazier (adattata da James Gunn, Jeremy Slater e Samy Burch, che ne ha firmato la sceneggiatura) ha fatto il giro largo e torna in un film che si piazza a metà tra “Chi ha incastrato Roger Rabbit” e “Il buio oltre la siepe”. Paragoni ingombranti, chiaro, ma l'opera di Green, girata in tecnica mista, è il caso cinematografico dell'anno. Una storia nella storia: prodotto nel 2023 dalla Warner Animation Group, “Coyote vs. Acme” è stato assurdamente rinnegato dalla stessa Warner, che lo ha fatto finire nell'oblio per diverso tempo al solo scopo di ottenere una detrazione fiscale di “appena” 30 milioni di dollari. Montò una tale indignazione che internet si mobilitò in difesa del film e dei lavoratori con una (in)volontaria campagna di marketing che portò la Warner a cederne i diritti all'indipendente Ketchup Entertainment (in Italia distribuisce Lucky Red).

Una vicenda che parla da sé e che, contestualmente, fa da specchio all'azione intrapresa da Willy verso la spregiudicata Acme. Da una parte c'è un cartone animato leggendario, dall'altra una rappresentazione verissima di certe dinamiche aziendali. Ma entrambi i casi sono, per uno strano gioco del destino, il sintomo di quanto i “poteri forti” temano gli slanci rivoluzionari del popolo, umano o cartoonesco che sia. Il caso è chiuso? Il capitalismo è sconfitto? Altroché. Ma per ora ci facciamo bastare il caro, vecchio (e riottoso) Willy il Coyote. È il meglio che abbiamo. That's all, folks!