Il 15 giugno 1985 nasceva lo Studio Ghibli. Quarantuno anni dopo è diventato un continente. Un luogo mentale prima ancora che cinematografico. Ci sono entrati milioni di spettatori, bambini diventati adulti, adulti tornati bambini. Ci sono entrati anche quelli che non hanno mai visto un film di Hayao Miyazaki per intero, ma riconoscerebbero Totoro in mezzo a una folla. Eppure, qualcosa si è perso lungo la strada.

A forza di trasformare Ghibli in un'estetica da social, in una playlist per studiare, in una serie infinita di gadget e sfondi per smartphone, ci siamo dimenticati che dietro quelle immagini c'era una visione del mondo. E che quella visione del mondo aveva un carattere preciso, ostinato, perfino ideologico. Miyazaki viene dal Giappone del dopoguerra, dalle ferite della guerra, dagli incendi e dalle macerie dei bombardamenti, dalle lotte studentesche, dall'ambientalismo, dalla sinistra pacifista che guardava con sospetto il potere, il militarismo e il mito della crescita infinita. Non ha mai fatto cinema militante, non gli interessava distribuire lezioni. Preferiva raccontare una ragazza che vola su una scopa, una bambina che parla con gli spiriti, un pilota con la faccia da maiale. Ma sotto quelle storie si agitava sempre la stessa domanda: come si vive senza distruggere tutto ciò che si incontra?

Per questo i suoi film continuano a sembrare contemporanei mentre tanti prodotti contemporanei invecchiano nel giro di una stagione. In un'epoca ossessionata dalla vittoria, Miyazaki racconta personaggi che imparano a convivere con le proprie sconfitte. In un'epoca che riduce la natura a materia prima, la foresta diventa una presenza viva e irriducibile. In un'epoca che divide il mondo tra buoni e cattivi, Principessa Mononoke mostra che il conflitto è quasi sempre più complicato di quanto vorremmo.

La vera follia di Studio Ghibli non è mai stata disegnare draghi, castelli ambulanti o spiriti delle foreste. La vera follia è stata credere che il pubblico fosse abbastanza intelligente da accettare l'ambiguità.

Il problema di Studio Ghibli è che oggi quasi tutti lo consumano e pochi lo frequentano. Lo consumano come si consuma un marchio rassicurante. Lo frequentano molto meno, perché frequentare davvero quei film significa fare i conti con la morte, con la guerra, con il fallimento, con il fatto che il mondo non è quasi mai come vorremmo. Forse è per questo che “Il ragazzo e l'airone” ha colpito così tanto. A ottantadue anni, dopo una carriera che basterebbe a dieci registi, Miyazaki avrebbe potuto consegnare al mondo un'opera celebrativa, una carezza nostalgica, un'autocitazione permanente. Ha preferito fare l'ennesima cosa incomprensibile. Un film pieno di dolore, memoria, morte, desiderio e immagini che sembrano arrivate da un sogno che nessuno riesce a spiegare fino in fondo.

Un capolavoro che non chiede di essere capito immediatamente. Chiede di essere abitato.

È questa la lezione che arriva dal quarantunesimo compleanno di Ghibli. Non la perfezione del disegno. Non l'estetica diventata merce globale. Nemmeno la nostalgia. La lezione è che un'opera può restare libera.

E forse il segreto sta proprio nel suo autore più celebre. In un uomo che ha passato la vita a immaginare mondi e che, dopo aver regalato al cinema un altro capolavoro, può tranquillamente sparire in un ryokan, spogliarsi di tutto, immergersi nell'acqua calda e guardare il cielo senza dover dimostrare più niente a nessuno. A quel punto capisci che il regno dei sogni e della follia non è mai stato soltanto un luogo inventato per i suoi personaggi.

Hayao Miyazaki ci vive da sempre. E da quarantuno anni continua, ostinatamente, a lasciarci entrare.

Quarantuno anni dopo la nascita dello Studio Ghibli, mentre il mondo continua a produrre immagini sempre più perfette e sempre più vuote, Hayao Miyazaki continua a ricordarci una verità elementare: la fantasia non serve a scappare dalla realtà. Serve a (ri)tornarci meglio.