Non possiamo più risolvere i problemi come se fossimo i Goonies. La difficoltà aumenta. Come nei videogiochi. Chi l'avrebbe mai detto, a tornare indietro di trent'anni. Una sequela infinita di decisioni da prendere. E poi la consapevolezza, la responsabilità. Paroloni che sembravano irraggiungibili. E ora? L'aria si contrae, il tempo inizia a scorrere in modo diverso. Su e giù per la Metro B, fino a Rebibbia, dove sui muri scrostati c'è una scritta sbafata: 'I can't breathe'. «Guardandomi intorno mi sembra che è come se si stringessero gli spazi, ormai cubicoli», spiega Michele Rech alias Zerocalcare a VD News, tornato su Netflix con “Due spicci”.

Otto puntate da lui dirette, scritte, prodotte (con il supporto di Movimenti Production). E si (ri)conferma come grande narratore popolare. Yoda che incontra Max Pezzali. Dentro, lo spaccato disilluso di una generazione ponte, pagata in goleador, conscia che “creperà disperata” come insegna Ken Loach in una delle tante citazioni dell'Armadillo. Voce della (in)coscienza con l'accento di Valerio Mastandrea, che accompagna Zerocalcare ai confini di una storia dai riverberi generazionali e vicina all'intimità di un gruppo di personaggi in cui poter rileggere noi stessi. Zero, Sarah, Secco. Sempre loro, uguali e diversi. Fa male, ma è così. Ci si perde, ci si ritrova, i silenzi s'allungano, i gelati si sciolgono. Bisogna crescere. Altro che i test d'amore su 'Cioè' o i pomeriggi passati a giocare a “Final Fantasy”.

A proposito, le responsabilità. Come quelle di Zero che, in “Due Spicci”, entra in società con il suo amico Cinghiale gestendo un bar di quartiere. I soldi, però, iniziano a mancare: Cinghiale si è messo nei guai. Quanti impicci: è in debito con la gente sbagliata. Dopo dieci anni riecco pure una vecchia cotta, Smeralda, che ha bisogno di un divano su cui dormire. Troppi lividi, troppi capelli strappati. Con intelligenza, Michele Rech affronta la violenza di genere guardandola in faccia, chiamandola per nome, senza paura di dire che lo Stato promette e non mantiene. Anche Smeralda, occhi tristi, è in fuga dai mostri. «La violenza di genere è un tema che ho provato a inserire, ma non può essere l'esperienza di chi non l'ha subita», continua Zerocalcare. «Mi sono tenuto a una certa distanza, concentrandomi sul lavoro delle associazioni che ci provano a garantire tutela, ma faticano davanti ai tagli, subendo un certo isolamento da parte delle istituzioni».

Quelle istituzioni che, secondo Rech, sfruttano lo slogan senza affrontare davvero la radice dei problemi. Pensiamo al precariato, ormai endemico. «C'è differenza tra ciò che viene promesso e ciò che viene fatto. Quasi sempre è tutta cosmetica», aggiunge. «È una cosa che le persone percepiscono, e siamo sempre più disamorati verso coloro che ti promettono un cambiamento». Ancora più lampante il precariato nel mondo dell'arte. «La maggior parte dei fumettisti fa 50 lavori per campare. Se pensiamo al lavoro dell'artista il confronto con gli altri paesi intorno è incredibile: l'idea di garantire una continuità di reddito ai lavori intermittenti, per esempio. Ci sono delle cose che sono normalità in Francia ma da noi sembrano fantascienza. La gente ti ride in faccia».

Dicevamo dei mostri. Quelli che urlano nello stomaco, e quelli sotto casa. Gli stessi che per una vita abbiamo schivato e poi, all'improvviso, finiamo per incrociare. Del resto, per Zero, di mostri n'è pieno il mondo, ma quelli che incontriamo dietro l'angolo, forse, sono i più pericolosi. «A Roma sono pochi i gradi di separazione tra la Roma bene e quella dei morti sparati», dichiara. «Tutto è iniziato con la grande democratizzazione delle sostanze, da quando hanno abbassato i prezzi della cocaina è diventata una roba di largo consumano. Da dai Parioli a Tor Bella Monaca».

Insomma, meglio restare chiusi nella comfort zone, rintanati in un rifugio protetto con le spine e con i rovi. Fuori c’è così tanta luce che non si vede nulla. Per questo il fumettista, nella sua serie più crepuscolare, racconta la generazione Erasmus che in Erasmus non c'è mai andata, ma ha passato la vita in “zona”, con gli sguardi appiccicati, come una seconda pelle, ritrovandosi senza amici che aiutino ad affrontare i demoni.

Se Zerocalcare ci confida che «di fronte a uno scenario in cui probabilmente la guerra comincerà a far parte delle nostre vite in maniera molto più diretta, mi spaventa l'assenza totale di solidarietà e di capacità di sentirsi appartenere alla stessa cosa», la serie mischia la comicità e il dramma, dicendo infatti che siamo antieroi senza gloria aggrappati alla Zattera della Medusa. Alla deriva, ognuno per i cazzi suoi, a resistere al lupo che soffia sulla porta. Ma poi tutto cambia: i R.E.M. attaccano con “Daysleeper” e arriva una mano a tirarci fuori dai guai. Il game changer che non t'aspetti. “Due Spicci”, in fondo, ammette che nessuno si salva da solo. Significa questo diventare adulti. Chissà. E allora torniamo a prendere fiato, a farci fregare dalla speranza. Ancora e ancora. Credendo in una cosa bellissima che tanto non succede.