Basato su una serie israeliana, il primo-teen drama di HBO aveva subito iniziato a vivere di vita propria grazie a un'inconfondibile estetica (di Petra Collins, poi licenziata dal progetto), all'incessante musica (di Labrinth, licenziato anche lui) e grazie a un cast di neo-star hollywoodiane Gen Z (ma non solo: si veda l'ascesa di Colman Domingo).

Dopo sette anni dal primo episodio ci sono state solo due stagioni, una pandemia, un film che il regista e sceneggiatore Sam Levinson ha girato in lockdown (sempre con Zendaya) e un'altra infelice serie che sarebbe stato meglio non fare, “The Idol” – di cui metà della colpa è andata a un altro musicista senza vocale, The Weeknd.

Con Lily-Rose Depp nei panni di una Britney nativa digitale – di “The Idol” si è detto di tutto: che fosse misogina, maschilista davanti e dietro la macchina da presa, che normalizzasse la violenza di genere e le relazioni tossiche; si diceva che, grazie alla combutta con The Weeknd, Levinson si fosse “finalmente” tolto la maschera per guardare col male gaze.

E adesso che siamo a metà della terza stagione di “Euphoria”, quelle accuse tornano (in mezzo ad altre, ma non possiamo occuparci anche di dialoghi e regia): dopo il matrimonio di Nate e Cassie, e quell'urlo «non sei un vero uomo!», il Guardian ha scritto che la serie «sembra il sogno erotico della manosfera».

Le protagoniste, non più teenager, fuori dal liceo sono dipendenti dai maschi, sono casalinghe più o meno disperate, spogliarelliste e sex worker, sugar baby, spacciatrici per papponi – e se da una parte il quarto episodio lascia intravedere una crepa (grazie al solito personaggio marginale di Lexi), dall'altra usa OnlyFans per saldare i debiti dell'unico maschio, ovviamente imprenditore, che vorrebbe la moglie a casa.

Dazed ha chiesto a una serie di creator cosa pensino della rappresentazione che ne viene fatta: denunciano un racconto ingenuo del sex work («che non sembra nemmeno “work”»), mentre le ragazze sono oggetti depotenziati messi dentro a vestiti glamour, spesso l'una contro l'altra; ahimè, il ritratto degli Stati Uniti che lanciano il trend delle tradwife.