Spoiler alert

Vent'anni dopo il primo film, Il Diavolo Veste Prada 2 è arrivato in sala e dice molto, se non tutto, del nostro mondo lavorativo. Il regista David Frankel, partendo dalla sceneggiatura di Aline Brosh McKenna, mette immediatamente in chiaro le cose. Buttato lì, c'è un dettaglio che coglie in pieno la più stretta delle realtà: all'inizio, una griffatissima Anne Hathaway, che riprende il ruolo di Andy Sachs, quasi viene investita da un rider che sfreccia tra i taxi di New York.

Del resto, oggi si vive di tutto e di subito. I pizza boy di Manhattan sono divenuti schiavi in bicicletta con paghe da fame. Il costo sociale da pagare per avere il Big Mac a casa. Tutto live, tutto comodamente sul divano, da divorare e dimenticare. Compresa l'informazione. Rapida, superficiale, a portata di utente. In fondo “il futuro è come la lava di Pompei”, spiega il mecenate Benji Barnes, interpretato da Justin Theroux, tra i nuovi personaggi che riescono a dare il giusto colore alla storia, puntellando il tema cardine che regge questo secondo capitolo: l'irreversibile (?) crisi dell'editoria. Soprattutto, l'atteso sequel Disney è la lucida disamina di cosa sia diventato (ormai) il giornalismo.

Con l'incipit che dà lo schiocco alla trama: Andy e i suoi colleghi vengono licenziati via messaggio dalla redazione. La sua sicurezza professionale - guadagnata negli anni - crolla in tronco. «Il giornalismo è cambiato», spiega il regista, «l'iPhone Uno è uscito un anno dopo il rilascio del primo film. Quello è stato l’inizio della fine. E mentre vedevamo il giornalismo cartaceo sempre più in declino, ci sembrava sensato esplorare questo cambiamento».

In questo senso Il Diavolo Veste Prada 2 parla chiaro: bisogna scendere a compromessi. Andy accetta quella che si rivelerà l'occasione della vita: tornare a Runway come Feature Editor. Tuttavia, la redazione capeggiata dalla ferrea Miranda Priestly non se la passa bene, anzi. Non basta essere una buona penna. «Sono mutate tante cose nel mondo delle riviste, in quello dell'editoria e nel giornalismo in generale», dice Meryl Streep, presentando il film, «Il settore si è dissolto, al punto che tutti stanno cercando di capire come farlo funzionare. Proviamo a tenere a galla la barca in questi tempi così turbolenti».

Perché è tutto qui il senso del film: resistere. Nessuno compra più i giornali, solo contenuti da scrolling mentre si fa pipì. La preparazione svilita dagli influencer. Pure un'icona pop come la ferrea Priestly sembra resistere a un'epoca in cui nemmeno il lavoro è più un diritto inalienabile. In due ore, Il Diavolo Veste Prada 2 diventa un manifesto in cui viene passato in rassegna lo stato dell'arte di un giornalismo: i vecchi lettori più importanti dei nuovi; la difficoltà di rigenerare le redazioni; gli editori che sbavano davanti all'AI. Perché bisogna risparmiare, a qualunque costo. C'è più militanza nel film che in un'assemblea sindacalista. E poi la costante e frustrante ricerca del pitch a effetto, che generi engagement, che faccia presa. Un modo raffinato per definire il gossip. Un circolo che si autoalimenta, spezzando l'integrità e la libertà in favore dell'inserzione. Dunque, ragiona il film, dove finisce la neutralità e dove inizia il marketing? Già.

Dietro l'allure, il glamour e lo spirito da commedia pop, Il Diavolo Veste Prada 2 ha la capacità di affondare i colpi, sferzando la battuta al momento giusto. “Oggi gli unici profitti arrivano dai retail di lusso, il resto è zero”, dice la Emily Charlton di Emily Blunt, che adesso lavora per Dior. Ed è così: i grandi magazzini che hanno fatto la fortuna degli anni '90 sono in rosso. Basti pensare al caso Coin o al fallimento della Saks Global in America. La fascia media? Non esiste più. O ricchi, o poveri. O Dior o Primark. È cambiato il mercato della moda, sono cambiate le esigenze. È cambiato l'universo per come lo conoscevamo. Anche la scrivania di Miranda Priestly vacilla sotto il peso dell'incertezza. Siamo appesi a un filo. Ah, dimenticavamo: Il Diavolo Veste Prada 2 è nettamente migliore dell'originale.