Madame può dire e fare di tutto nei suoi brani: può fare rap e può fare cantautorato, può essere aggressiva ma mostrare lo stesso dubbi e fragilità. La sua musica, in fondo, è sempre stata sconnessa ma fluida, un po’ come gli appunti che il nostro terapeuta si trova a rileggere dopo una seduta con noi. 

Non a caso, molti e molte si definiscono ormai "disincantati", tra salute mentale sempre più precaria, relazioni disfunzionali e lavori che ci prosciugano.  Madame ha spiegato al Corriere della sera: «Ho avuto due anni di vuoto. Scrivevo e registravo canzoni sul telefono, ma non si capiva nulla. Il disco è nato dopo ed è la visione lucida di un dolore, un modo per dargli un senso e per esorcizzarlo. Con il ricovero è ri-iniziato tutto. È quando tutto si acquieta che devi ricostruire». 

La sofferenza mentale non è un dettaglio biografico tenuto sullo sfondo: è dentro le canzoni. «Sono stata in un ricovero per settimane / E non mi alzo se non con gli psicofarmaci», racconta in “Come stai?”.  Nel brano “Grazie” dice invece «Sto già prendendo i farmaci per l'OCD (disturbo ossessivo compulsivo, per cui è stata ricoverata, ndr.) / Penso lo tengano a bada ma sì, è ancora lì».

Il dolore è riconosciuto, ma non diventa mai elemento identificativo. «Il disincanto dal dolore è la cosa più difficile. Il dolore ti porta ad autogiustificarti», ha detto Madame in un’intervista a Today. Il rischio infatti è che la sofferenza mentale finisca per fagocitare tutto: le nostre relazioni, il nostro lavoro e noi stessi. «Disincanto è essere capaci di dubitare di tutto: dei propri modi di pensare, di dire, di vestire, di fare», ha raccontato Madame. «È la ricerca costante della propria verità. Non è sinonimo di disillusione, ma di libertà». È una critica del dolore che non guarisce, forse, ma rende più profondo il nostro sguardo sulle cose e su noi stessi.

Le 14 tracce che compongono Disincanto, l’ultimo album di Madame, sono il racconto e il risultato di tre anni travagliatissimi, tra ricoveri, depressione e momenti di ricerca della verità.  La sofferenza mentale non è un dettaglio biografico tenuto sullo sfondo: è dentro le canzoni.  Il dolore è riconosciuto, ma non diventa mai elemento identificativo. «Il disincanto dal dolore è la cosa più difficile. Il dolore ti porta ad autogiustificarti», ha detto Madame in un’intervista a Today. Il rischio infatti è che la sofferenza mentale finisca per fagocitare tutto: le nostre relazioni, il nostro lavoro e noi stessi.

«Disincanto è essere capaci di dubitare di tutto: dei propri modi di pensare, di dire, di vestire, di fare», ha raccontato Madame. «È la ricerca costante della propria verità. Non è sinonimo di disillusione, ma di libertà». È una critica del dolore che non guarisce, forse, ma rende più profondo il nostro sguardo sulle cose e su noi stessi.