“I'm no Superman”. A risentirlo, il ritornello cantato da Lazlo Bane fa effetto. L'opening di una routine che ha segnato l'immaginario di una generazione cresciuta scaricando i sogni via eMule. Quante aspettative, quante illusioni. Diciassette anni dopo – che sono tanti, troppi – riecco quel giro di note ad aprire una delle serie medical più influenti: “Scrubs”.

Il mondo è cambiato, e noi ci siamo trasformati, ma il Sacro Cuore è ancora lì. Le lacrime, i sorrisi, Todd e le sue colorate cuffiette da chirurgo. I best friend forever J.D. e Turk, con le facce di Zach Braff e Donald Faison (BFF pure nella vita vera). Tornano anche i nomignoli del Dr. Cox (John C. McGinley), personaggio emblematico di un'epoca lontana. Ovvio, con gli specializzandi non si può mica parlare come si parlava nel 2007. Dura lex, sed lex. Sintomo – per restare in tema – di quanto nemmeno “Scrubs” riesca davvero a essere fedele a se stesso.

Nove puntate in streaming su Disney+ (dal 25 marzo),  dove c'è tutto ciò che avevamo lasciato in sospeso. Ma forse, a guardar bene, manca l'elemento più importante: noi. Manca la spensieratezza pronta all'uso, il viatico che porta a quella realizzazione umana e professionale inseguita dal dottor John Dorian. Appletini dopo appletini. Errore dopo errore. Quegli errori non più contemplati: deve essere tutto perfetto. Tutto noiosamente performante.

In fondo la serie, scritta da Aseem Batra (che, pensate un po’, interpretava la specializzanda Josephine nello show originale!), e tornata con un revival inseguito per anni dal creatore Bill Lawrence, ha posto l'accento sull'onestà delle emozioni. Se J.D. (ri)entra “a casa” perché vuol essere «un buon insegnante», “Scrubs” ci ha insegnato il valore del dubbio. Dell'incertezza. In bilico tra dramma e commedia.

Essenzialmente, la storia elimina di netto la discussa “Scrubs: Mad School” (meno male, direte) ripartendo dall’ending della Stagione 8 (ossia dall’episodio strappalacrime per eccellenza “My Finale”). Il Sacro Cuore è ancora in piedi, Turk è diventato primario di chirurgia, ed è ancora innamorato di Carla (Judy Reyes), mentre J.D., stufo di essere un medico concierge (al servizio dei ricchi), torna raccogliendo il testimone del Dr. Cox (ve lo diciamo: lo vedremo in scena con il contagocce), facendo da mentore ai nuovi specializzandi e, soprattutto, provando a ristrutturare il legame con la dottoressa Elliott Reid. Sarah Chalke, che interpreta Elliott, dice che «la immaginavo come una mamma e un'ottima insegnante. Rispetto a prima, la relazione con J.D. è più interessante da esplorare, cercano di capire come lavorare insieme e fare i genitori, scoprendo chi saranno l'uno per l’altra».

Tuttavia, dietro le nuove scoperte, serviva il gancio giusto. Serviva il comun denominatore che avvicina tutti i millennials: la disillusione. Ecco. “Scrubs” è il porto sicuro per tutti i nati analogici e morti digitali. Più che una serie, un luogo della memoria. Con le sue regole, i suoi personaggi. Molti tornano, altri no. Altri ancora appaiono e scompaiono: se il mitico Ken Jenkins con il suo Bob Kelso appare solo in un dipinto (Lawrence ha spiegato che dovrebbe tornare qualora dovesse esserci il rinnovo), nel revival altre due icone sono “solo” delle guest star. Parliamo dell’Inserviente (Neil Flynn) e di Jordan Cox (Christa Miller). Nemmeno a dirlo, tra i momenti più alti: è con loro che lo show torna a vibrare, riportandoci indietro a quando si facevano le ore piccole su MTV per vedere quanti più episodi possibili.

Del resto è chiaro: “Scrubs” è un luogo sospeso nel tempo e nello spazio, a tratti sbiadito, a tratti lucidissimo. Un linguaggio riconoscibile. Come una frase condivisa su MSN. Come i primi post su Facebook. Tutto in un like, emozionandoci insieme al dottor Dorian mentre nell'iPod suonava “The Book of Love” di Peter Gabriel. A proposito di aspettative.

«Mi piace l'idea di raccontare la storia di qualcuno che, a metà vita, non è del tutto felice di dove si trova, si sente solo e ha perso la scintilla», spiega Zach Braff. «J.D. torna al Sacro Cuore per insegnare e ritrova i suoi amici, ritrova una comunità». Le parole di Lazlo Bane mica sono un caso: “No, I can't do this all on my own. I know that I'm no Superman”. Ed è tutto qui il senso di questo nuovo-vecchio “Scrubs”. Il valore della comunità. L'accavallarsi di sicurezza e insicurezza. L'esaltazione disagiata di una generazione sconnessa e spaesata.

Quei millennials schiacciati dal momento giusto che non arriva. Puntualmente rimandato dai “vecchi” e poi delegato ai più “giovani”. Quelli perfetti per un mondo senza dimensione, dove l'immaginazione è diventata solo un ricordo. E quelli nel mezzo? Sono ancora lì, sgualciti e indecisi. Indietro, a fare gli scemi, alzando lo sguardo al cielo. Cercando conforto tra le nuove. Che si aggirino tra le corsie di un ospedale o diventino lo spunto per l'ennesimo meme incastrato nell'algoritmo. “Are you an idiot? - No sir, I'm a dreamer”, una quote che continua a raccontare la serie. E racconta noi. Normali, accessibili. Nonostante tutto, inguaribili e instancabili sognatori.

«Non credo si diventi mai troppo vecchi per sognare. Sogni sempre qualcosa di meglio per la tua vita. Magari non pensi più che si avvereranno per forza, ma continui a mandare una certa energia nell'universo», dice invece Donald Faison. Nulla di più vero (e beffardo).

Perché bisogna credere nel fallimento e nell'immaginazione. Magari è proprio questa la volta buona che diventi realtà. E se non va, ricominciamo da capo. Eterni principianti, eterni specializzandi. “Scrubs”, ultimo avamposto del migliore dei mondi possibili. Altro che Superman. Dal (non) finale del 2009, J.D. è tornato per dirci di sbagliare. E di sognare a occhi aperti. È tornato al momento giusto per dirci quanto sia bello essere fuori posto.