Sal Da Vinci è l'ultimo "romantico" sulla Terra (ma non è un complimento)
di Vincenzo LigrestiC’è qualcosa di profondamente coerente, quasi rassicurante, nella presenza di Sal Da Vinci sul palco di questo Festival di Sanremo che ci sta profondamente annoiando: ne è, in fondo, la quinta essenza. Può sembrare un paradosso ma non lo è: “Per sempre sì” è una hit incredibile, che fa talmente il giro da piacere persino a chi non mastica musica del genere, ma attinge anche da un immaginario talmente rassicurante, “tradizionale” che fa perfettamente gioco a questa edizione sobria, ripulita.
A volerla sintetizzare, la canzone mette in scena la retorica dell’amore come sacrificio, un modello relazionale monolitico, l’estetica cattolica dell’impegno eterno: elementi che dialogano apertamente con il patrimonio neomelodico. Intendiamoci, non si tratta di prendersela con i codici del genere, sarebbe come attaccare il rap per i suoi: ogni linguaggio ha le sue regole (anche se, in entrambi i casi, esistono margini di evoluzione). Il punto è un altro: oggi chiunque abbia un minimo di esperienza sa che l’amore come destino, la sofferenza nobilitata e il “per sempre” sono formule cantabili a squarciagola, ma infinitamente più complesse e problematiche nella realtà.
Non stiamo mettendo in dubbio che quel tipo di amore, se ripulito da ogni tossicità, sia uno degli amori possibili a cui aspirare. Ma qui la questione è la sua centralità: continua a occupare il centro del palco mentre altre narrazioni restano episodiche, talvolta folklorizzate. Sal Da Vinci non incrina l’immaginario dominante (che comunque appare sempre più stanco e ipocrita): ne aderisce genuinamente.
Ed è forse per questo che resta uno degli ultimi romantici sulla Terra - o meglio, di un mondo che probabilmente non è mai esistito davvero, di un romanticismo tutto da rivedere. Canta una fiaba felice che arriva da altri tempi e che ancora oggi qualcuno prova a proporci come verità assoluta, quando forse dovremmo prenderla per quello che è: un prodotto pop impeccabile, divertente, piacevole, ballabilissimo (seriamente o per la gag) anche grazie al balletto costruito ad hoc da Joey Di Stefano, coreografo di Catania, una delle città dove il culto del neomelodico è una cosa serissima.