Ok, possiamo (tornare a) smettere di guardare Sanremo
di Vincenzo LigrestiIeri sera arrivare in fondo alla seconda serata è stato un po’ un supplizio. Brava Laura Pausini (spesso con le mani in tasca), geniale Lillo tra congiunzioni e samba, puntuali i momenti commemorativi, emozionante Achille Lauro. Ma dove sono finiti i tempi in cui limonava con Boss Doms, indossava perle e abiti incredibili innescando dibattiti sul queer baiting, o duettava con un Fiorello dalla corona di spine? Insomma, Lauro è un “trasformista” che si adatta alle situazione o si trattiene in base al contesto?
In ogni caso l’impressione, al netto di qualche guizzo isolato, è che la cornice non regga più le esibizioni che sì, sono una parte importante, ma non sono mai stata l’unica. L’atmosfera è avvizzita, povera di scambi, eccessivamente ordinata, in cui, se succede qualcosa di minimamente diverso - Pausini che, incredibilmente, fa parlare Lamborghini dopo l’esibizione - lo vedremo almeno una decina di volte sui social. La domanda allora è inevitabile: ha ancora senso sorbirsi cinque ore di uno spettacolo palesemente sottotono, quando con due scroll si recupera tutto l’indispensabile senza tempi morti (come già facciamo con altro)?
Negli ultimi anni si è parlato tanto del grande ritorno della kermesse come rito collettivo (grazie Baglioni e Amadeus), ma la visione di ieri ha ricordato quei Sanremo noiosissimi che (da millennial) eravamo costretti a guardare da bambini coi genitori. Mancano ancora tre serate, ma i dati parziali sono questi: ascolti ancora alti ma in calo; hype per il Fantasanremo piuttosto scemato (parla uno che è sempre stato un assiduo user, ma che quest’anno dopo aver creato la squadra non ha mai riaperto l’app); e imperante nostalgia su X per Amadeus che fa le flessioni con Rkomi o rockeggia con LA Sad. E qui, intanto, anche se sempre pronti a cambiare idea, stiamo a sbuffare e a dire frasi del tipo: «È proprio un festival che si sarebbe meritato Pucci».