Durante la conferenza stampa del martedì a Sanremo, una domanda rivolta al gruppo in gara Bambole di Pezza ha riacceso il dibattito: ha ancora senso parlare di femminismo? Secondo il giornalista che ha posto la questione, la parità sarebbe ormai sostanzialmente raggiunta. «A casa mia comanda mia moglie», ha osservato, suggerendo che le differenze tra uomini e donne appartengano al passato.

La risposta delle artiste è stata netta: non si tratta di esercitare potere tra le mura domestiche, ma di poterlo esercitare nella società nel suo complesso. Un confronto simbolico che, casualmente, si è intrecciato con la pubblicazione del Rendiconto di Genere 2025 dell’INPS, documento che fotografa la condizione economica e lavorativa delle donne italiane. Il quadro che emerge è distante dall’idea di un’uguaglianza ormai compiuta. Secondo il presidente del Civ dell’istituto, Roberto Ghiselli, il divario tra uomini e donne si riduce, ma con una lentezza tale che, mantenendo l’attuale ritmo, servirebbero oltre cento anni per colmarlo. Le disuguaglianze, ha sottolineato, attraversano l’intero arco della vita femminile: dalle opportunità professionali fino alle condizioni economiche in età avanzata.

Sanremo 2026, scontro tra le Bambole di Pezza e un giornalista sul femminismo

Nonostante le donne rappresentino la maggioranza della popolazione, la loro partecipazione al mercato del lavoro resta significativamente più bassa rispetto a quella maschile. Nel 2024 il tasso di occupazione femminile tra i 15 e i 64 anni si attesta poco sopra il 53%, mentre per gli uomini supera il 71%. Quando lavorano, le donne risultano più spesso impiegate con contratti instabili o a tempo determinato e ricorrono molto più frequentemente al part-time, spesso non scelto ma imposto dalle condizioni lavorative o familiari. Il divario si riflette anche nella progressione di carriera: se a scuola e all’università le donne superano gli uomini per risultati e titoli conseguiti, nei ruoli dirigenziali restano nettamente minoritarie.

Le conseguenze economiche di queste differenze si accumulano nel tempo. Retribuzioni mediamente più basse e carriere discontinue si traducono in pensioni sensibilmente inferiori rispetto a quelle maschili. Il lavoro di cura continua inoltre a ricadere soprattutto sulle donne: i giorni di congedo parentale utilizzati dalle madri restano di gran lunga superiori a quelli dei padri, segno di una distribuzione ancora squilibrata delle responsabilità familiari. Il rapporto evidenzia come la disuguaglianza non sia soltanto economica ma strutturale. La minore autonomia finanziaria e le carriere più fragili espongono le donne a maggiori rischi sociali, compresi quelli legati alla violenza domestica e di genere, fenomeno che continua a colpire in larga misura le relazioni familiari e affettive.

I dati dell’INPS raccontano quindi un Paese in cui la parità formale convive con squilibri concreti e persistenti. Differenze salariali, ostacoli all’accesso ai ruoli di vertice, carichi familiari squilibrati e maggiore precarietà economica delineano un divario che attraversa lavoro, welfare e struttura sociale. In questo contesto, la domanda emersa a Sanremo sembra assumere un significato diverso: più che stabilire se il femminismo sia ancora necessario, i numeri suggeriscono che la questione della parità in Italia resta tutt’altro che risolta.